18.5.15

Corte Costituzionale e pensioni. Diritti doveri solidarietà

So di scrivere qualcosa d'impopolare, ma ci sono abituato.
Tutto questo strepitio sulle pensioni da parte delle opposizioni e dei sindacati sulla scia della sentenza pelosetta della Corte Costituzionale mi sembra farlocco.
Posto che la legge Fornero sulle pensioni (votata, più o meno entusiasticamente, ma "votata", da tutti coloro che ora esigono il rimborso generalizzato) è stata una stronzata - un po' come gli altri provvedimenti del governo Monti che hanno colpito i redditi più bassi e depresso l'economia senza sostanzialmente muovere un dito contro le disuguaglianze di trattamenti economici, gli evasori fiscali e i patrimoni di chi avrebbe dovuto dare il massimo di contributo nel momento di maggior difficoltà dell'economia italiana - la pronuncia della Consulta sembra confermare il detto veneto "Peso el tacòn che el buso".
È risaputo che nelle nostre tipologie di Stato il potere giudiziario, legislativo ed esecutivo sono distinti ed hanno la funzione di controbilanciasi senza sovrapporsi.
La conflittualità crescente tra i tre poteri, non priva di vistosi tentativi di reciproca sopraffazione per garantirsi influenza e privilegi sempre più grandi, è evidente.
Nello specifico la Corte Costituzionale, si è messa per traverso ora, dopo ben tre anni e mezzo dall'emanazione della legge. Strano.
Scrivono i giudici:
“La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività”. Risultano, dunque, “intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà” (art. 2) e “al contempo attuazione del principio di eguaglianza”, (art. 3)."
Vediamoli questi benedetti articoli della Costituzione
Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Art 38 comma 2
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Ottimi.
Le pensioni colpite furono quelle tre volte superiori al minimo dunque oltre ai 1500 euro. Colpite nel senso che per tre anni non furono aumentate di quei pochi euro d'adeguamento che sarebbe loro aspettato.
Pochi euro per il singolo pensionato ovviamente, ma tanti per lo Stato considerando i milioni di pensionati interessati.
Una carognata a ragion veduta dell'allora osannato prof. Monti sempre rigoroso nel colpire i meno ricchi, facile bancomat governativo.
Francamente però non stiamo parlando di indigenti specie considerando che queste pensioni al netto non si discostano molto dagli stipendi medi della maggior parte dei lavoratori in attività che pensioni simili rischiano di non vederle proprio mai.
Forse per i magistrati, specie ai gradi più alti, una simile retribuzione non sembra "sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa", ed io che in questa bassa fascia retributiva rientro, posso essere d'accordo con loro.
Tuttavia per i più questa è la realtà e per molti, in particolare giovani, le cose vanno ancor peggio. Per nulla dire poi di coloro che un posto di lavoro non lo trovano o l'hanno perso e, esauriti gli scudi sociali, sono col culo per terra.
Quanti rileggendo i citati articoli 36 e 38 (in particolare quel comma 2° dove si parla di disoccupazione involontaria) avrebbero molto da eccepire circa la non corrispondenza dei loro contratti di lavoro con il dettato costituzionale?
Si parla tanto di conflitti generazionali, del dramma delle giovani generazioni alle quali le precedenti hanno sottratto un futuro e della necessità di una ricomposizione generazionale. Bene. Provocatoriamente dirò che se i miliardi che questo governo deve rendere ai pensionati - e che inevitabilmente non renderà se non in minima parte - fossero devoluti, insieme a qualche altro recuperato dagli sprechi, dai super stipendi, dalle rendite non tassate, dagli evasori fiscali ecc. a garantire un reddito (comunque lo si voglia chiamare) ai cittadini giovani e meno giovani che ne hanno davvero bisogno, riformando totalmente l'attuale sistema di previdenze io approverei rinunciando senza rimpianti le poche centinaia di euro che Renzi ora vuole elargire.
Questo sarebbe il senso più autentico di "solidarietà politica, economica e sociale" espresso nell'art. 2 della Costituzione.
La mancanza di lavoro e un minimo di sostentamento limita "di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini" che è "compito della Repubblica" garantire in base all'art. 3.


14.5.15

Invalsi e il termometro di Ichino

E dagli con la storia del termometro! È dal 2011 - e poi ancora nel 2013 e ieri sul Corriere - che Andrea Ichino (fratello minore del giuslavorista Pietro) la mena con la storia, suggestiva, ma irreale, delle prove Invalsi utili come il termometro per misurare la febbre.
Ad essere scurrili si potrebbe suggerirgli di mettersele là, le prove invalsi, dove si mette il termometro per misurarsi la febbre.
In realtà sono i giornali che continuano a interpellare le stesse persone ad ogni occasione ricevendo inevitabilmente le stesse risposte.
Andrea Ichino è un economista che insegna all'università di Bologna e non sembra possedere grandi competenze pedagogiche. Quando si parla di educazione e scuola meglio sarebbe rivolgersi ai pedagogisti che, pur non avendo verità infuse - al contrario degli economisti - qualche competenza in più nel settore l'hanno.
Inutile dunque controbattere la risibile tesi del termometro. Un insegnante preparato conosce i pro e contro dell'uso dei test e le difficoltà tecniche e statistiche legate prima alla preparazione degli stessi, poi ai protocolli di somministrazione e modalità di valutazione dei risultati ottenuti.
Non è propriamente come infilarsi un termometro... sotto l'ascella.
Inutile nascondersi che l'Invalsi non brilla per trasparenza e rigore scientifico, ma non è questo il punto. È perversa l'idea di finalizzare tutto l'apprendimento scolastico al risultato delle prove di valutazione.
È risaputo che per ottenere buoni risultati in una batteria di quiz occorre allenarsi a rispondere alla tipologia di domande che verranno poste. E infatti fin dai primi anni delle scuola primaria sono fioriti libretti e quadernetti d'ogni tipo per addestrarsi in vista delle prove Invalsi.
Che addestramento ed educazione siano cose diverse ognuno lo sa (altrimenti basta aprire il vocabolario on-line Treccani o Wikipedia o qualsiasi altro dizionario o enciclopedia).
Allora la domanda da porsi è: vogliamo una scuola che addestri a superare test o che educhi?


3.5.15

Scontri di Milano e giovane studente del pavese inguaiato dal giornalista furbetto del Tgcom che lo intervista

E va beh! Al ragazzo piace il bordello e starci dentro (unico concetto che ha espresso chiaramente e ripetutamente). Ha provato emozioni. Ha avuto i suoi cinque minuti di celebrità.

Un'analisi semantica delle dichiarazioni rivela che non sono poi così sconvolgenti.

"[...] È la protesta... cioè noi dobbiamo far sentire la nostra voce secondo me e se non lo capiscono con le buone prima o poi lo capiranno in qualche altro modo, penso... cioè i politici e le persone normali, cioè c'e un divario enorme... e poi loro rubano"
"Più che altro ero esaltato... è stata una bella esperienza, cioè ci stava"
"Minchia ma la banca è l'emblema della ricchezza... cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione, minchia secondo me"
"Scusa... dico le parolacce comunque sono me stesso, sto raccontando cose, ci sono veramente dentro, cioè, se invece le dicessi... te la racconterei come una persona che è venuta qua cioè fuori dalla cosa tipo una persona che c'ha i soldi una persona che c'ha ricchezza. Io cerco di essere sempre dentro alle cose alle esperienze alle emozioni"
"Io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, cioè è una protesta e ci sta"
"Boh non lo so quando c'è casino mi ritrovo in mezzo e faccio casino anche io nel senso, cioè mi diverto"

È un ragazzotto confuso senza appartenenza ideologica che ripete cose che sente e probabilmente condivide con gli amici. Ha bisogno di emozioni e le manifestazioni violente dove si produce adrenalina gliele danno.
Niente di nuovo sotto il sole.
Quelli a cui piaceva fare casino per il casino ci sono sempre stati anche quando si dicevano "politicizzati" (e non mancavano neppure le coperture ideologiche di qualche intellettuale).
Fa un po' pena al riguardo la memoria corta di quelli del "Manifesto" (Milano, i riot che asfaltano il movimento) a corollario dei lai di stampa e tv benpensanti e web forcaiolo e boccalone.
Condivisibile il blog su La Provincia Pavese di Pallaroni, Capro espiatorio (che ho letto dopo aver scritto questa nota).

29.4.15

Bersani:"Non possiamo entrare in un presidenzialismo implicito senza nessun contrappeso"

"Non possiamo entrare in un presidenzialismo implicito senza nessun contrappeso" (Bersani)
Lo smacchiatore di giaguari non ha tutti i torti, nella sostanza. Però si esprime in quel politichese che nessuno sopporta più e a molti neppure è mai importato decriptare.
Presidenzialismo. Quanti conoscono il significato reale di questa forma di governo?
Nel caso dell'italicum poi sarebbe il capo del governo (presidente del consiglio e non della repubblica) ad essere eletto, "implicitamente" (cioè in modo non formalmente espresso, ma sottinteso). Infatti, essendo il leader del partito che ha ricevuto la maggioranza di voti, per quanto risicata, inevitabilmente verrebbe incaricato dal Presidente della Repubblica a formare un governo facilmente approvato in Parlamento grazie allo sproporzionato numero di seggi ottenuti con il premio di maggioranza che, svuotando di significato la volontà espressa da un grande parte di elettori, garantirebbero un governo senza opposizione.
Niente di nuovo da quando in nome di una governabilità che si è rivelata comunque fallace si è abbandonato il sistema proporzionale. La differenza sta nel fatto che se prima il premio di maggioranza era distribuito su una coalizione di partiti, ora andrebbe ad un unico partito.
In quanto ai "contrappesi", termine che indica la possibilità di limitare la forza preponderante di una parte con una adeguata forza di senso contrario, è esattamente quello che si è andati via via eliminando, anche Bersani consenziente, con lo scopo preciso di consolidare il potere decisionale dei governi impedendone la caduta troppo frequente.
 

Letta confida alla Gruber di non aver capito che tutto era cambiato

 "Non mi ero accorto del cambio di fase in Italia" (Letta)
Così ammette l'ex presidente del consiglio - dal dente avvelenato per come è stato fatto fuori dal suo stesso partito - in tour di sponsorizzazione del suo libro di considerazioni politiche dalla Gruber, dopo Fazio, e in attesa di andare a dirigere una scuola di istruzione politica per giovani in Francia.
Vada vada. Speriamo che "diriga" senza insegnare, però, altrimenti poveri allievi.
Cosa ci si può attendere infatti da uno che di fronte a risultati elettorali che denunciavano tutta l'insofferenza degli italiani per il modo di far politica fino ad allora perseguito e la voglia di comportamenti opposti a quelli in uso ha adottato uno stile di assoluta continuità col passato confessando ora di non aver capito che il vento era girato? Perdio! Se n'erano accorti anche i sassi.

27.4.15

Renzi, le sue donne, i suoi uomini. Non ci mancheranno

Renzi minaccia di andarsene se non gli fanno fare le "riforme". Italicum in primis.
Riforme è una parola grossa. Chiama così tutte le puttanate che il suo governo ha messo, mette e metterà in agenda.
Anche iniziative che nominalmente sarebbero condivisibili il divo Renzi, con le sue ancelle e i suoi paggetti, è riuscito a stravolgerle e svuotarle di significati autenticamente innovativi.
Quelle che, in parte, cambieranno davvero qualcosa sembrano farlo in peggio.
Eppure a questo giovin signore della politica italica manca qualsiasi alternativa, tanto in basso è caduta la qualità del personale politico (di destra sinistra o centro che sia). 
Se i vecchi arnesi del suo partito - e i loro vecchi-dentro rampolli - riusciranno a silurare Renzi lo faranno soltanto per calcoli di bottega e personale tornaconto. Gli individui che ora strepitano in nome della "democrazia" hanno contribuito ad affossarla in lunghi decenni di malgoverno (quando hanno governato) e mala opposizione all'opposizione.
Mai che abbiano saputo produrre qualcosa di significativo per questo povero paese che giurano di amare tanto e per quegli italiani che hanno dato loro credito.
Spiace doverlo dire, ma Renzi fa bene a trattarli come li tratta. Non ha altro modo per liberarsi definitivamente della zavorra che lo circonda che sperare di andare ad elezioni prima che il consenso in rapida diminuzione si assottigli tanto da renderle impraticabili. Sempre che il tempo non sia già scaduto.
Fosse vero che per un colpo di bacchetta magica (o più realisticamente una clamorosa autoeliminazione del PD con voto di autosfiducia) tutte le facce politiche che devastano i nostri schermi e imperversano sui media sparissero insieme alle scempiaggini alimentate  da commentatori compiacenti non ce ne dorremmo. Difficilmente accadrà.
Se invece il progetto renziano di governare in pratica senza opposizione andrà in porto allora, sia quelli come me che considerano Renzi l'ennesima bufala all'italiana sia i fan che vedono in lui il messia in grado di rimettere sul binario giusto questa Italia deragliata, vedranno cosa saprà davvero riformare e come.



19.4.15

Il tramonto dei sogni. Notizie di una normale domenica d'aprile

In un mondo dove tutto sembra andare di male in peggio (o sarà solo l'effetto di una comunicazione ipertrofica, sensazionalista e tutta rivolta ad esaltare ogni genere di catastrofismo?) ti svegli in una normale domenica d'aprile e scorri, per antica abitudine, le notizie del giorno.
Ci sono quelle del cortile di casa sui giornali di carta, irrimediabilmente in ritardo sugli eventi. "Atene preoccupa Draghi", ma è la Grecia, sempre lì sull'orlo default, che dovrebbe essere preoccupata da una Europa sorda di fronte ai bisogni di una popolazione stremata da scelte economiche globali sbagliate e da decenni di governi pessimi e ceti dirigenti corrotti.
Però sui siti on-line di tutto il mondo la notizia del giorno è quella del naufragio di 700 migranti nel canale di Sicilia. Morti che si aggiungono a migliaia d'altri tra vuote parole di cordoglio e sostanziale indifferenza europea.
La "famiglia" europea, retta da leader incapaci di farla marciare politicamente unita, non sa dare una mano agli europei che ne hanno necessità (greci in primis) figurarsi agli immigrati in fuga che cercano rifugio sulle sue coste.
Ribolle il medio oriente, ribolle l'Africa, tutto quanto stava precariamente insieme sembra sfasciarsi in un clima da crepuscolo degli dei.
Masse di persone si spostano da un luogo all'altro alla disperata ricerca di una migliore esistenza e incontrano l'ostilità di altre persone troppo povere o troppo egoiste per poterle accogliere.
Mentre alcuni si arricchiscono sulla disponibilità a lasciarsi schiavizzare di lavoratori sempre più miserabili, la guerra tra poveri dilaga fomentata da demagoghi ignoranti che eccitano le paure popolari per puro opportunismo politico.
Accade ovunque, dal nord dell'Europa al sud dell'Africa, tanto per restare a questo spicchio di mondo.
É sempre di oggi la notizia delle violenze xenofobe che continuano in Sud Africa; Johannesburg, saccheggi e attacchi agli immigrati. [Ma non era il paese arcobaleno? (BuongiornoAfrica)- JOHANNESBURG, SACCHEGGI E ATTACCHI AGLI IMMIGRATI (Il Sole 24 Ore)]
E il pensiero corre a Mandela, scomparso da poco, e al suo sogno infranto sulla realtà di una situazione dove continuano a dominare i soliti pochi e le condizioni nelle baraccopoli dei lavoratori neri sottopagati - contrapposti ad altri lavoratori ugualmente neri in fuga dai paesi vicini - sono rimaste sostanzialmente le stesse dei tempi dell’Apartheid.
A pomeriggio inoltrato infine arriva l'ennesimo video dell'IS col consueto rito di una trentina di nuovi cristiani decapitati su qualche spiaggia nord africana.
Orribile nella sua ripetitività.

14.4.15

Libri e scrittori. Sono morti Galeano e Grass. Altri pezzi del novecento che se ne vanno.


Quando Feltrinelli pubblicò Il tamburo di latta avevo 15 anni e leggevo avidamente tutto quanto mi capitava a tiro.
Avevo appena terminato con entusiasmo Un ermellino a Cernopol di Gregor Von Rezzori, nella telata Medusa di Mondadori, non so più bene come finitomi tra le mani.
Quel librone di un autore sconosciuto, nella vetrina della libreria, per qualche ragione mi attrasse e fu uno dei primi libri da me comperati autonomamente, così, senza un vero perché.
Günter Grass non era un autore noto e io non avevo l'età, né per sapere di lui né per poter apprezzare il suo libro. Eppure fu in qualche modo un romanzo fondamentale per la mia formazione.
Mi appassionai alle stranezze dei personaggi e delle situazioni. La nonna con le sue gonne sovrapposto sotto le quali nascose il fuggiasco che diventerà il nonno di Oskar, il protagonista che, scrivendo su una risma di fogli, mi ispirerà a fare altrettanto, procurandomi il primo pacco di fogli, ruvidi e giallini, sul quale scarabocchiare qualcosa.
Tutto l'impianto narrativo mi sembrò meraviglioso. Così doveva scrivere uno scrittore e da qual momento avrei voluto essere anch'io scrittore.
Non ricordo quasi nulla della trama del romanzo e la metafora dei contenuti non era allora alla mia portata.
Il Tamburo di latta non l'ho mai riletto, come ho fatto per tanti altri testi affrontati prematuramente.
Mi hanno accompagnato le sensazioni che Oskar mi ha passato da quando a tre anni ricevette in regalo dalla madre il mitico tamburo, rifiutandosi da allora di crescere (per ricominciare a farlo molto più tardi in circostanze tragiche), fino alla clinica psichiatrica nella quale, ricoverato, scriverà la sua storia.
Ho letto tutti i successivi libri di Grass, senza mai ritrovare la magia del Tamburo di latta.

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