27.1.17

Giornata della memoria

La soppressione violenta dell'altro nei rapporti (economici in primis e poi politici, culturali, interpersonali) anteponendo la forza al rispetto della dignità del più debole (qualsiasi sia la ragione contingente della sua debolezza, non soltanto fisica, e la modalità, non soltanto materiale, dell'uso della forza) è la ragione del ripetersi infinito di tragedie.
Doveroso, ma poco influente ricordasi, una volta all'anno, di quelle della storia recente che ha coinvolto i nostri nonni e i nostri genitori, mentre noi stessi siamo protagonisti, più meno attivi e consapevoli, di eventi non meno dolorosi.
Una riflessione costante sulla violenza, da quella verbale a quella reale, proposta in parole e immagini nella quotidianità dei media, dove fiction e verità si intrecciano ormai inscindibilmente - conformando le menti non soltanto dei più giovani - sarebbe più auspicabile delle giornate una tantum per questo o per quello, grondanti buone intenzioni ed ipocrisia.

17.1.17

Oxfam, Stiglitz: ricchi sempre più ricchi, Trump, non ci sarà limite al peggio e la "cattiva scuola" italiana

Nel giorno in cui Trump osanna la Brexit, attacca i tedeschi, considerati unici beneficiari della UE, e la Merkel per la sua politica d'accoglienza, minaccia supertasse del 35% per le auto costruite in Messico, definisce obsoleta ed inutile la Nato e auspica un riavvicinamento alla Russia, lo stesso giorno del rapporto Oxfam nel quale si ribadisce la cosa già nota che otto uomini (quelli in immagine) possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale e Stiglitz, su La Repubblica, ci ricorda come la maggioranza dei cittadini, sentendosi esclusa dai vantaggi della crescita, si ribellerà al sistema, il "corrierone" nazionale si concentra sulla scuola con fondo e aperture di prima pagina ("Un alunno su due cambia prof di sostegno" di Gianantonio Stella e "La grande crisi della scuola" di Ernesto Galli della Loggia). Lodevole parlare di scuola, lo si fa troppo poco, ma discutibili gli articoli, in particolare quello di Galli, e strana la scelta.

4.1.17

Letterina alla befana ed altre bufale


Zaia (governatore del Veneto).
"Gli immigrati sono guerriglieri."
"Lei come lo sa?"
"Lo dicono i giornali."
Luca Zaia è rimasto tra i pochi a credere ai "giornali"!

Comunicazione. Trump propone di tornare ai "pizzini", Sallusti vorrebbe un pulsante per spegnere definitivamente il Web, Grillo auspica una Giuria popolare contro le ‘balle’ pubblicate da giornali e tv, Pitruzzella, presidente dell'antitrust, uomo, a dir poco, ben immanicato con tutta "la casta" (vedere il sito del gossiparo professionista per eccellenza che tra una scemenza e l'altra infila qualche scomoda informazione
http://www.dagospia.com/…/pietre-pitruzzella-fatto-fa-pulci…) ben più pericolosamente, propone organismi di censura (perché di questo si tratta al di là delle distinzioni di comodo!) per chi pubblica in rete.
Fortunatamente internet non è troppo controllabile là dove sopravvive qualche parvenza di democrazia.
Chiunque abbia avuto occasione di essere al centro di una notizia, anche soltanto di cronaca, ha sperimentato il pressapochismo, le imprecisioni sui fatti, il prevalere dell'opinione del commentatore di turno su quelle dei protagonisti - quando non la menzogna in malafede - tipiche del giornalismo "professionale".
Incapacità critica e di controllo delle fonti caratterizzano non soltanto gli occasionali pubblicisti del blog e i frequentatori dei social network, ma, ben più temibilmente, la "libera" stampa, radio e TV.
Fibrillano in difesa della categoria dei "giornalisti" buoni e meno buoni "comunicatori" (fortunatamente non sono proprio tutti uguali).
Finiti i bei tempi di "c'è scritto sul giornale", "l'ha detto la TV", quasi questi strumenti fossero fonti verità rivelate al par delle chiese, i meglio retribuiti dispensatori di "bufale", si sentono vilipesi non solo da un Grillo qualunque che propone la loro gogna mediatica, ma anche dall'esercito di dilettanti allo sbaraglio che osano mettere in dubbio ogni loro affermazione.
Tornare al passato con poche informazioni mal date, però incontestabili, e come unico contrasto le testate avversarie, poco influenti se scarse di mezzi finanziari e, conseguentemente, di lettori, sarebbe il sogno di quelli che furono gli onnipotenti "direttori". Non è più così anche se ancora detengono un piccolo potere autoreferenziale.
Auguriamoci che le speranze di tutti coloro che vorrebbero imbavagliare gli altri con la scusa delle "bufale", ma non sé stessi, non vadano mai a buon fine.

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Ho smesso da tempo di fare buoni propositi per "l'anno che verrà". Però vorrei davvero staccare con il surplus d'informazione - e il tempo dedicato a controllare l'attendibilità delle informazioni - e dedicarmi ad altro del tanto che m'interessa.
Soprattutto vorrei incazzarmi meno (e inutilmente!) per la cretineria di giornalisti di punta, conduttori TV, politologi, opinionisti di ogni risma.

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E come in tutti i saperi dei quali l'uomo è soggetto "post-truth", scienza, bufale, ciarlataneria, superstizione e credulità compongono un bel mix!

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Come è già lontano il referendum!
Beceravano: "Elezioni subito!" "Si può fare una buona legge elettorale in pochi giorni!" "Bisogna rispettare la volontà degli italiani!"
Ora sono lì, quatti quatti, speranzosi di conservare il più a lungo possibile gli immeritati stipendi e magari arrivare a maturare il vitalizio.
Tenere Renzi in brusco conviene a tutti. Non me ne può fregare di meno, sia chiaro!
Ma intanto, giusto per dirne una, a Scilipoti è toccata la vicepresidenza della commissione dell’assemblea parlamentare della Nato che si occupa di Scienze, e un posto in quella che si occupa di Ucraina. Ah! Ah!
Ma cosa possiamo ancora attenderci dai nostri "ceti dirigenti"?

8.12.16

Crisi di governo in stile democristiano

Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.
È partita la corsa a mollare Renzi. Inevitabile considerando la pochezza del ceto politico.
Un bel ritorno alle pratiche ipocrite rispetto alle quali è possibile tutto e il contrario di tutto.
"Franza o Spagna, purché se magna" è da cinquecento anni il leitmotiv prediletto dai politicanti italici.
E poi diciamocelo: tutti i 608 parlamentari per caso, che hanno dovuto sopportare la noia mortale di riunioni e sedute, magari anche per tre interi giorni la settimana a Roma, per una misera quindicina di migliaia di euro al mese perché dovrebbero rinunciare alla meritata pensione andando al voto prima di settembre (quando scatteranno i quattro anni d'incarico e il conseguente vitalizio)?
Un bel governicchio di scopo che la tirasse in lungo fino all'autunno piacerebbe a molti. Lascerebbe Renzi a bagnomaria, smorzando i residui entusiasmi degli ultimi incantati dal suo attivismo parolaio e le cose riprenderebbero a procedere all'andatura lemme lemme tanto caro alla Consulta come alla vecchia DC della quale Mattarella fu esimio esemplare.
Infine, last but not least, permetterebbe ai seicento peones di arrivare all'agognata pensione.
Non a caso, tanto per esemplificare, uno come Franceschini, ex, meno esimio, DC poi Cristiano Sociale, Partito Popolare Italiano, Margherita, Ulivo ed infine PD saltabeccando da Veltroni a d'Alema ad Amato a Letta a Renzi, sempre occupando posti di rilievo, ora si sentirebbe pronto a ricevere la campanella del premier e gira per le stanze del Palazzo facendo l'occhiolino a tutti.
Come sempre, per nobili scopi, naturalmente!



5.12.16

Considerazioni di autochiarimento sull'esito referendario (pippone che so di scarso interesse!)

Non considerare la pluralità se non è necessario.
Ho rifuggito i pipponi referendari come la peste.
Però l'esito del voto, che mi era indifferente e per il quale dunque non esulto e non mi rammarico, si presta a considerazioni di ordine generale che travalicano l'esito, del tutto scontato in base al principio del rasoio di Occam. Personalmente prefiguravo ipotesi più fantasiose, pur non avendone alcuna certezza, ma, come spesso accade, la soluzione semplice è quella da preferire.
Non credo in alcuna sacralità, tantomeno in quella della Costituzione italiana, mai veramente applicata nei suoi principi di fondo e già più volte ampiamente stuprata.
Cosa vuol dire, ad esempio, il "diritto al lavoro" dell'articolo 4 quando il lavoro non c'è e le condizioni perché ci sia non dipendono da una volontà ideale?
Sarebbe meglio garantire dignità - non soltanto formale come quella dell'articolo 3 - a tutti i cittadini con un sostegno economico e servizi sociali funzionanti quando manca la possibilità di un lavoro.
Invece in tutta Europa (quasi ottocento milioni di europei) ci siamo soltanto noi italiani (sessanta milioni!), insieme a greci e ungheresi (venti milioni tra tutti e due) a mancare di un reddito garantito.
Ho trovato assurdo tutto il can-can che si è fatto.
Il pallone gonfiato del renzismo è miseramente esploso (non è detto che ci siamo liberati di Renzi per sempre anche se si è infilato nel cul-de-sac del referendum con una stoltezza politica non comune!) e va beh! Detestabile lui e la Boschi, sua ministra per le "riforme" costituzionali.
Però a chi vi affidereste ora? Alle coppie D'Alema - Speranza, Berlusconi - Brunetta, Salvini - Meloni, Di Maio - Di Battista? O magari a una riedizione "tecnica" tipo Monti - Fornero?
Ma per piacere! Eppure tutti vincenti, tutti sullo stesso carro, tutti minoritari come il Pd renziano ora allo sfascio.
Gli unici con qualche chance a livello di voto popolare potrebbero essere i pentastellati, ma con il personale politico emerso ai vertici meglio perderli che trovarli. E comunque anche loro non sembrano avere i numeri per governare da soli.
Gli italiani si erano espressi chiaramente alle politiche 2013 facendo emergere tre schieramenti più o meno compositi: 29,55 % l'accozzaglia bersaniana, 29,18 % l'armata Brancaleone berlusconiana, 25,56 % il Movimento 5 Stelle. Quest'ultimo ora sembra in vantaggio ragion per cui vuole andare al voto subito e con qualsiasi legge elettorale. Non si sa mai che il vento cambi.
Vedremo come andrà a finire ora che la cosa è nelle mani di Mattarella, "guida autorevole e salda" [cit. dal discorso di dimissioni del capo del governo).
Altre considerazioni andrebbero fatte circa l'inutilità, ormai palese di giornali e tv col loro stupidario quotidiano, sostituito dal ben più efficacie stupidario del web col tam-tam dei social network, strumento di "democrazia diretta" con pesanti conseguente sulla "qualità" del "voto popolare".
I virgolettati stanno ad indicare quanto sia vasto il capitolo per essere aperto.



3.11.16

Pier Paolo Pasolini visto da Alberto Arbasino


A quarantuno anni di distanza dal "delitto politico" (perché alla fin fine questa è stata la caratteristica dell'assassinio) di Pier Paolo Pasolini, forse il ritratto più aderente alla sua figura lo dobbiamo non certo al film distratto di Abel Ferrara - nonostante la volonterosa interpretazione di Willem Dafoe - ma, a mio avviso, ad Alberto Arbasino (Ritratti italiani, Adelphi, 2014)

Il pezzo dedicato da Arbasino a Pasolini inizia con le risposte "stese accuratamente, e poi da lui [Pasolini] vidimate, riaggiustate, corrette" a una intervista dell'amico Arbasino.

Dice Pasolini:
«Non ho esperienza diretta del benessere. Per me, non c’è. Non abito mica a Milano, io. E, d’altra parte, ricevo almeno quattro o cinque lettere al giorno, con richiesta di aiuti finanziari, e almeno sette otto persone al giorno si rivolgono a me disperatamente per essere aiutate a trovare lavoro. È certamente un caso eccezionale, il mio. Ma io vivo immerso nel mondo della necessità più angosciosa.
[...]
Maledetti! Parlano di benessere: e per di più pretendono che se ne parli come di un fatto scientificamente provato, reale, palpitante, ferocemente attuale. Chi non lo ammette è fuori moda, squalificato.
[...]
il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud, man mano che il Nord arricchisce, il Sud – in senso relativo e assoluto – impoverisce. Io sono nelle condizioni di percepire solo questo regresso (tu sai bene che il Sud comincia alla periferia di Roma): è l’impoverimento dell’Italia che è, per me, l’attualità, il fatto ‘di moda’».
[...]
«Due Preistorie: la Preistoria arcaica del Sud, e la Preistoria Nuova del Nord. Io... Non ho armi per affrontare le ‘masse’ padano-americane. La coesistenza delle due Preistorie (e la lenta fine della Storia, che si identifica ormai, soltanto, nella razionalità marxista) mi rende un uomo solo, davanti a una scelta ugualmente disperata: perdermi nella preistoria meridionale, africana, nei reami di Bandung, o gettarmi a capo fitto nella preistoria del neocapitalismo, nella meccanicità della vita delle popolazioni ad alto livello industriale, nei reami della Televisione. I nostri figli si perdono in questo futuro, cento, duecento, duemila, diecimila, trentamila anni. Il miliardo di contadini biblici che ancora oggi vivono in una condizione preistorica, piano piano creperanno, o diventeranno un’altra razza umana. Gli altri, gli industrializzati, dalla nostra prospettiva, ci riescono umanamente inconoscibili. Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione – questa degenerazione dei sensi umani – ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica».

«L’unico antenato spirituale che conta è Marx, e il suo dolce, irto, leopardiano figlio, Gramsci. Ma non lo dico come lo avrei detto solo un anno o due fa. Mesi e mesi di angoscia, di terrore, di vergogna, di ira, di pietà, avranno pur contato, nella mia vita.
[...]
Da’ un’occhiata, con me, agli anni Cinquanta, appena lì, alle nostre spalle. Non li trovi ridicoli? “Un ridicolo decennio”, è questo un libro di “racconti da farsi” che ho in mente (e che non farò).
[...]
Il ridicolo è dovuto al moralismo. E bada che questo moralismo serpeggia anche nelle sinistre (tutte le coazioni operate nell’analisi del marxismo altrui, che ha fatto per tanti anni della critica di sinistra una specie di caccia alle streghe – che tendeva poi a castrare l’autore, pretendendo da lui una purezza di sentimento marxista assolutamente astratta). Ora, quel moralismo di piccolo-borghese che cerca risarcimenti alla propria impotenza, trionfa col centro-sinistra: in cui i democristiani appaiono, devo dirlo, molto simpatici, i socialisti antipatici. Il moralismo politico-ideologico dell’Avanti – per una specie di complesso di colpa che diventa rigorismo – ha delle strane coincidenze col moralismo – tutto in malafede, naturalmente – dei giornali scandalistici della borghesia. Questo è l’ultimo colpo per la vita associata e civile italiana».

«Bandung. Adopero questa parola in tutta l’estensione del suo significato, ivi compresa anche la rinascita, la lotta per la rinascita, la strada da percorrere per raggiungerci quaggiù nella nostra magnifica storicità. Adopero questa parola implicandovi anche la guerra dei sottoproletariati algerini, angolani, kikuyu... Gandhi, Kenyatta... Adopero questa parola implicandovi anche il Ghana, che fra pochi decenni sarà ricco come la Svizzera... Ma adopero soprattutto questa parola come “senhal” geografico per comprendervi la fisicità dei “regni della Fame”, il “fetore di pecora del mondo che mangia i suoi prodotti”. (Il riferimento al fatto storico accaduto a Bandung è marginale e casuale, ecco)».

«La parte ‘negativa’ degli anni Cinquanta, quella che tu chiami “sinistra”, non la prendo neanche in considerazione: do per scontata la sua stupida tragicità. Io mi riferisco alla parte che abbiamo sempre considerata ‘positiva’ di quel decennio: cioè la nostra sopravvissuta resistenza, la nostra opposizione, la nostra vitalità, il nostro rigorismo ideologico e civico, ecc. ecc.»

Arbasino parla poi dell'omicidio di Pasolini come una brutta sceneggiatura nella quale nulla torna, correlandola alla morte analoga di Giangiacomo Feltrinelli: "altro inverosimile presepio costruito con tutte le sue figurine a posto, in base a connotazioni meramente esterne e «per sentito dire» sul conto del personaggio, e clamorosamente ‘impossibile’ per chi lo conoscesse appena un po’."

C'è molto di più di questo nel ritratto di Pasolini. Arbasino affronta il tema della comune dell'omosessualità, a partire dagli scritti della "giovinezza friulana di Pasolini termina bruscamente, come si sa, con scandalo, vergogna, cacciata o fuga da Casarsa. Tutti contro Pier Paolo: il potere cattolico, l’autorità comunista, la figura paterna. Se non fosse stato un trauma talmente drammatico, sarebbe forse paradossale notare che questo scandalo di natura omosessuale ha luogo proprio a Casarsa, Eldorado e Mecca per frotte di omosessuali veneti giacché sede di vaste guarnigioni militari presso i confini orientali dell’Italia, con abbondanza di giovani soldati generalmente meridionali e collettivamente disponibili."
Arbasino evoca il contesto, da lui stesso condiviso, della seconda fase della vita pasoliniana. "Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica."
"Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità ‘di necessità’ in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili: non parlare e lasciare agire, perché la ‘cosa’, finché non viene nominata e riconosciuta, non esiste, e non va vidimata neanche con l’offerta di una sigaretta: un po’ l’atteggiamento di quegli americani antichi per cui «Christ, was I drunk last night»."

"Caratteristica principale di quegli anni era infatti l’invisibilità sociale dell’omosessualità: nessuno ne aveva mai sentito parlare (per le generazioni fasciste, era un tema tabù); era poco familiare anche il termine; si supponeva semmai trattarsi di stravaganze limitate a pochi stranieri eccentrici in vena di burle a Capri. Dunque anche le manifestazioni più vistose – coppie avvinghiate, tavolate frenetiche, marinai e bersaglieri portati in divisa a casa e in albergo – venivano tutt’al più attribuite dalla gente a innocenti amicizie, affettuose parentele, «sarà il figlio del suo giardiniere».
«Non ha conosciuto la dolcezza di vivere chi non ha frequentato i moschettieri del Duce» ripetevano certi vecchi gentiluomini che d’altronde, invitati a Corte da Re Vittorio Emanuele e dalla Regina Elena, non dimenticavano di infilare il biglietto da visita negli stivaloni dei corazzieri preferiti. E questo è il background di grandi scrittori e registi come Aldo Palazzeschi e Luchino Visconti, che non si sognarono mai di dissimulare la propria omosessualità, ma la vissero l’uno con ironia, l’altro più fiammeggiante."

Arbasino delinea lo stravolgimento di quel mondo nella terza fase della vita pasoliniana (e sua!).
"L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie.

Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della mutazione antropologica drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le motivazioni autobiografiche delle sue anacronistiche invettive contro la società dei consumi e del benessere possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo."

"Pier Paolo portò dunque la sua «provocazione» (che non si chiamava ancora così, e nemmeno «contestazione») direttamente negli ambienti più adatti a prenderla malissimo: i cattolici e comunisti più perbenino e perbenisti, le università ideologiche e provinciali, i conservatori da tinello buono, le periferie violente dove il «diverso» viene assalito con parolacce (e peggio) soprattutto da chi gli ha appena effettuato la prestazione. Fu una «mossa del cavallo» nei confronti della società dello spettacolo. E gli assicurò uno status di «personality» nazionale e internazionale indipendentemente dalle opere."

Pasolini versus Arbasino? No. Stessi ambienti "dove il sesso e soprattutto la sodomia venivano vissuti come commedia e non come tragedia", stessi gusti, stessi maestri.
Diverse inquietudini, però, diverse tensioni, diversa volontà di sfida, "di avversione spontanea verso gli ambienti indulgenti e ironici che vivevano la sodomia come divertimento e non come tormento: i monsignori mondani, i diplomatici sorridenti, le signore in villa, i grandi borghesi in yacht, i letterati internazionali in blazer amici di Truman Capote e Gore Vidal. La café society al gin-and-tonic con le sue allegre trame omosessuali intrecciate come l’ippica e il tennis e il gioco fra cocktails e weekends alla Cyril Connolly ed Evelyn Waugh."
E l'amico Pier Paolo rimprovera l'amico Alberto per "una qualche mancanza di «terribile doglia», cioè di patimento full time: perché non ero [Arbasino] un martire cristiano [...], ma piuttosto un allievo di Bouvard e Pécuchet, un complice di Carmelo Bene)"

C'è altro, molto altro nelle pagine di Arbasino che val la pena leggere come documentazione di tempi e uomini ormai lontani anche dalla nostra sensibilità di non più giovani.
Premonizioni ci furono di quello che sarebbe stato il futuro, ma questi giovanotti alla fine degli anni quaranta affondavano le radici in un humus primi novecento definitivamente esaurito - che non apparteneva già più, se non di riflesso, agli adolescenti degli anni sessanta - e nel loro vivere intensamente gli anni cinquanta, sessanta, settanta (lontani comunque loro, ormai scrittori affermati, dalla partecipazione empatica agli avvenimenti politici e di costume comuni ai nuovi giovani) non potevano possedere il dono della preveggenza circa lo stravolgimento telematico che sarebbe avvenuto da lì a poco.
Troppo e troppo rapidamente tutto è mutato e l'accelerazione legata al cambio di paradigma culturale rappresentato, dopo la televisione, dall'evoluzione rapidissima dei computer ormai si è completamente realizzato, letteralmente trasformando il mondo.
E non è finita qui. Ma è storia che apparterrà ad altri ancora.

27.10.16

La storia dimenticata

Avendo tra le mani un interessate numero monografico su Trieste (Meridiani, Editoriale Domus) sono stato colpito da questa pagina con le date del passato della città.
Incredibile quanto si dimentichi della storia nostrana oltre che internazionale.
Il territorio triestino, come molte zone di confine crogiuolo di lingue e nazionalità diverse, è stato in tempi diversi teatro di pacifica  convivenza  e  conflitti sanguinosi.
Nel contatto con stranieri delle più disparate parti del mondo mi rendo conto quanto questo sia un destino comune.
Purtroppo l'oblio della storia e il prevalere delle passioni e degli interessi contingenti è foriero di ricadute tragiche.
Soffiano venti di guerra e si rinfocolano odi mai completamente sopiti, fomentati da uomini politici incoscienti e da una economia impazzita.
Con i governanti incoscienti che ci ritroviamo e l'oscurantismo frutto di ignoranza dilagante c'è da temere per il nostro futuro prossimo.
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