1.7.15

Per chi valgono le regole. Correva l'anno 2003

" ... i ministri finanziari della UE hanno sospeso la procedura per eccesso di deficit nei confronti di Francia e Germania, votando contro la proposta del commissario UE Solbes – appoggiata da Austria, Finlandia, Olanda e Spagna – di imporre maggiori risparmi ai due paesi [...] Schroeder ha definito l’accordo come un compromesso ragionevole fra ulteriore consolidamento e sostegno ai segnali di crescita. Se la Germania avesse accettato i risparmi imposti, ne sarebbe stata gravemente danneggiata l’economia e soprattutto la congiuntura interna. Per rafforzare gli impulsi di crescita in Germania è infatti necessario anticipare al 2004 la riforma fiscale prevista per il 2005 e ciò non sarebbe stato compatibile con i risparmi voluti dalla commissione UE [...] Schroeder ha difeso la violazione alle regole del patto davanti al Bundestag e ha definito il medesimo aperto a interpretazioni..." [...] Non esistono dunque regole uguali per tutti, e ciò che viene concesso alla Germania, il Portogallo se lo può ancora per un pezzo sognare. Nessuno dovrebbe sottovalutare le devastanti conseguenze di un simile fatto..."
( 27.11.2003 lavoce.info, La rottura in sede UE sul Patto di Stabilità e Crescita: le reazioni in Germania 


28.6.15

#Grecia Banche chiuse in attesa del referendum in una democrazia sospesa dagli organismi economici internazionali

"Ridete, ridete. Riderà bene chi riderà ultimo!"
Sembra dire zia Angela Dorothea Merkel ai suoi ragazzi (Alexis e Matteo).

E intanto la Grecia s'allontana tra le roboanti dichiarazioni del comitato nazionale "L'altra Europa per Tsipras" (un aborto politico che non ha saputo rinnovarsi neppure nella comunicazione linguistica) e la lettera di Tsipras alle greche e ai greci. Referendum Grecia: Lettera di Tsipras ai greci e "Il tempo è ora". Documento politico approvato dal comitato nazionale Altra Europa con Tsipras del 21 giugno 2015"

Sale la canea dei falchi alla Lagard portavoce delle destre planetarie e dei loro servitori sciocchi alla Padoan .
Si stacca la voce di qualche economista schierato a favore del referendum. Paul Krugman: la scelta di Atene di ricorrere alla consultazione popolare è da difendere - Thomas Piketty “Serve una conferenza per ristrutturare i debiti più insostenibili”

Ma più che la Grecia è l'Europa che si allontana da sé stessa dimostrando una volta ancora di essere succube dei potentati economici e inesistente come entità politica.
In stile tipicamente eurolandiano intanto la BCE (European Central Bank) non stacca l'ossigeno e continua a finanziare le banche greche.
Ma fino a quando?
Per ora si tratta di un ulteriore rinvio, in attesa che qualcosa cambi.
Ma cosa?
Esiste forse la speranza che il 5 luglio i greci diano a Tsipras il mandato ad accondiscendere ai piani europei come chiede loro Juncker? Cioè qualcuno può realisticamente credere che il referendum sull'accettazione di ulteriori "sacrifici" - soprattutto per i meno abbienti - si trasformi di fatto in un referendum pro o contro l'Europa e in tal caso che i greci votino entusiasticamente "Sì", "Vogliamo stare con l'Europa!"?
C'è chi sostiene che esista un piano B europeo per il quale, comunque vada, non si staccherà mai davvero la spina alle banche greche e si manterrà la Grecia in una specie di limbo tra default e non default.
Bah! Vedremo.

24.6.15

Grecia. Continua il "tiramolla ideologico" europeo

Ieri si oggi forse domani chissà. Le borse vanno su e giù (e sicuramente c'è chi ci specula).
Va avanti da un pezzo.
Anche chi, come chi scrive, ha da sempre avuto in odio i nazionalismi e ritiene che una Europa "politicamente" unita sarebbe un gran vantaggio per le generazioni future - ma data la predominanza degli interessi economici e l'insipienza dei leader politici non spera di vederla realizzata - non  può non dirsi sempre più nauseato dagli egoismi e particolarismi locali che fomentano divisioni e odi inevitabilmente forieri di guerre.
Ha in buona parte ragione Mario Deaglio che su La Stampa di ieri scrive L’ideologia che condiziona i risultati. "La vera paura, che attanaglia mercati e governi, è un’altra: visto il parziale condono alla Grecia del debito, altri Paesi indebitati potrebbero mettersi sulla stessa strada." Dice.
Così è. Ma d'altra parte Obama, che sta facendo pagare un alto prezzo all'Europa per la sterile fobia americana anti-Putin, teme accordi greco-russi e spinge per un salvataggio definitivo della Grecia.
In Europa, per altro, non mancano invece i falchi che chiaramente vorrebbero far fuori la Grecia, costi quel che costi - sicuramente assai più che salvarla - dandogli una lezione tanto dolorosa da scoraggiare gli altri popoli a seguirne le orme.
Se però la Grecia non ne uscisse con le ossa completamente rotte la partita politica sarebbe persa e l'ideologia economicista (1) che domina la scena e che, dati i disastri provocati, ha ormai scarso appeal, (nonostante continui a dettar legge) finirebbe fatalmente ridimensionata.
Insomma lo scontro o per un verso o per l'altro, è ideologico. Con buona pace di chi sostiene finite le ideologie.
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(1) Nel senso della critica che ne fa Serge Latouche, L’invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010

13.6.15

Umberto Eco. Una polemica senza capo né coda



Anche il vecchio Umberto perde colpi.
Rincresce vedere una bella mente ridotta a collezionare lauree ad honorem (una quarantina, pare) e sparare saccenti banalità "accademiche" col tono sufficiente di chi all'osteria, nel lontano '900, tra un bicchiere e l'altro, faceva valere la sua riconosciuta autorità intellettuale anche su argomenti che non si era preso la briga di approfondire più di tanto.
La canea degli "imbecilli" della rete ha fatto il resto amplificando le ovvietà del professore distorcendone il "messaggio".
Pochi si sono presi la briga di "andare alla fonte" ascoltando i tredici minuti di risposte a ruota libera di Eco alle domande un po' idiote dei giornalisti. Ci si è limitati a schierarsi pro o contro rimbalzando tra i titoli giornalistici che hanno amplificato i giudizi sugli utilizzatori della rete tacendo sulla sottolineatura all'incapacità dei giornali all'uso della stessa.
Eco ha ripetuto cose che si dicevano già una ventina d'anni fa nei convegni sulla comunicazione sui pregi e rischi della rete.
Peggio. Ha ribadito, quasi fosse d'attualità, quello che già allora gli insegnanti più preparati si assegnavano come compito rispetto agli studenti: trasferire un atteggiamento consapevolmente critico nei confronti della conoscenza anche nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Preferisco ricordare l'Umberto Eco battagliero e convincente dei "Pampini bugiardi" quando si scagliava contro i libri di testo in quanto "stupidari" da abolire in nome appunto di una educazione critica, in simpatetica connessione ideale con il collettivo genovese di "Io e gli altri" che, quantunque ancora in forma cartacea, andava costruendo una specie di ipertesto ai quali i computer, dal mitico Commodor 64 in avanti, avrebbero dato forma compiuta e inimmaginabili possibilità di sviluppo.
Era la strada battuta anche da Francesco De Bartolomeis che, nella stessa Torino dove si è laureato Eco per la prima volta, insegnava una pedagogia rivolta al futuro in sintonia con il Movimento di Cooperazione Educativa che contribuì non poco ad aprire il territorio della speranza in una scuola migliore anche in zone sperdute come Vho [1] e Barbiana [2].
Una strada impegnativa ed osteggiata ora quasi completamente abbandonata.

[1] Mario Lodi, C'è speranza se questo accade al Vho
[2] Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa

2.6.15

Elezioni regionali: 5 a 2. 4 a 3, 6 a 1, 7 a 0. Non sarebbe cambiato niente comunque. Harakiri del PD in Liguria, complice Cofferati

23 marzo 2002. Eravamo sotto il palco al Circo Massimo, sufficientemente vicini per vederlo in faccia Sergio Cofferati.
Non mi è mai piaciuto Cofferati, e non l'ho applaudito neppure lì, in quella che forse è stata la più grande manifestazione sindacale che si ricordi.
Un uomo d'apparato al quale piace vincere facile, ma non in grado di far seguire alle parole i fatti.
Sarebbe stato governatore migliore di brutta gente come Burlando o Paita? Mah!
Ricordiamo le ultime tappe della sua carriera.
Al termine del mandato come segretario generale CGIL va a fare il sindaco a Bologna, dopo l'anomalia Guazzaloca, e si distingue come uno dei peggiori sindaci-sceriffi del periodo.
Non si ricandida e il PD gli assegna per due mandati la lautamente pagata sinecura al parlamento europeo.
Ora, probabilmente certo di finire in gloria, si è presentato alle primarie per il governatorato ligure, convinto che la sua notorietà lo avrebbe portato ad imporsi, ma gli interessi dei potentati regionali hanno fatto prevalere la screditata Paita.
Lui, senza i casini successivi alla sua esclusione, in Liguria avrebbe vinto facile un'altra volta. Indignato per l'inatteso sgambetto e lamentando brogli, se n'è andato dal PD renziano sbattendo la porta, ben guardandosi però dal dimettersi dal parlamento europeo.
Per ripicca ha appoggiato alle elezioni regionali l'inconsistente Pastorino, ma non ha certo messo in gioco la sua faccia in una competizione ormai persa.
Il disgusto dell'elettorato per i "politici" attuali è ben evidenziato dal fatto che ormai il 50 per cento degli italiani non va neppure più a votare.
In compenso omuncoli e donnucole che dalla passione politica non sono mai stati sfiorati - e men che meno dagli interessi della "polis" - fanno ressa per aggiudicarsi un posto nelle liste e magari, non si sa mai come giri il vento, una poltroncina purchessia e non importa con chi.

18.5.15

Corte Costituzionale e pensioni. Diritti doveri solidarietà

So di scrivere qualcosa d'impopolare, ma ci sono abituato.
Tutto questo strepitio sulle pensioni da parte delle opposizioni e dei sindacati sulla scia della sentenza pelosetta della Corte Costituzionale mi sembra farlocco.
Posto che la legge Fornero sulle pensioni (votata, più o meno entusiasticamente, ma "votata", da tutti coloro che ora esigono il rimborso generalizzato) è stata una stronzata - un po' come gli altri provvedimenti del governo Monti che hanno colpito i redditi più bassi e depresso l'economia senza sostanzialmente muovere un dito contro le disuguaglianze di trattamenti economici, gli evasori fiscali e i patrimoni di chi avrebbe dovuto dare il massimo di contributo nel momento di maggior difficoltà dell'economia italiana - la pronuncia della Consulta sembra confermare il detto veneto "Peso el tacòn che el buso".
È risaputo che nelle nostre tipologie di Stato il potere giudiziario, legislativo ed esecutivo sono distinti ed hanno la funzione di controbilanciasi senza sovrapporsi.
La conflittualità crescente tra i tre poteri, non priva di vistosi tentativi di reciproca sopraffazione per garantirsi influenza e privilegi sempre più grandi, è evidente.
Nello specifico la Corte Costituzionale, si è messa per traverso ora, dopo ben tre anni e mezzo dall'emanazione della legge. Strano.
Scrivono i giudici:
“La censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività”. Risultano, dunque, “intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà” (art. 2) e “al contempo attuazione del principio di eguaglianza”, (art. 3)."
Vediamoli questi benedetti articoli della Costituzione
Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.
Art 38 comma 2
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Ottimi.
Le pensioni colpite furono quelle tre volte superiori al minimo dunque oltre ai 1500 euro. Colpite nel senso che per tre anni non furono aumentate di quei pochi euro d'adeguamento che sarebbe loro aspettato.
Pochi euro per il singolo pensionato ovviamente, ma tanti per lo Stato considerando i milioni di pensionati interessati.
Una carognata a ragion veduta dell'allora osannato prof. Monti sempre rigoroso nel colpire i meno ricchi, facile bancomat governativo.
Francamente però non stiamo parlando di indigenti specie considerando che queste pensioni al netto non si discostano molto dagli stipendi medi della maggior parte dei lavoratori in attività che pensioni simili rischiano di non vederle proprio mai.
Forse per i magistrati, specie ai gradi più alti, una simile retribuzione non sembra "sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa", ed io che in questa bassa fascia retributiva rientro, posso essere d'accordo con loro.
Tuttavia per i più questa è la realtà e per molti, in particolare giovani, le cose vanno ancor peggio. Per nulla dire poi di coloro che un posto di lavoro non lo trovano o l'hanno perso e, esauriti gli scudi sociali, sono col culo per terra.
Quanti rileggendo i citati articoli 36 e 38 (in particolare quel comma 2° dove si parla di disoccupazione involontaria) avrebbero molto da eccepire circa la non corrispondenza dei loro contratti di lavoro con il dettato costituzionale?
Si parla tanto di conflitti generazionali, del dramma delle giovani generazioni alle quali le precedenti hanno sottratto un futuro e della necessità di una ricomposizione generazionale. Bene. Provocatoriamente dirò che se i miliardi che questo governo deve rendere ai pensionati - e che inevitabilmente non renderà se non in minima parte - fossero devoluti, insieme a qualche altro recuperato dagli sprechi, dai super stipendi, dalle rendite non tassate, dagli evasori fiscali ecc. a garantire un reddito (comunque lo si voglia chiamare) ai cittadini giovani e meno giovani che ne hanno davvero bisogno, riformando totalmente l'attuale sistema di previdenze io approverei rinunciando senza rimpianti le poche centinaia di euro che Renzi ora vuole elargire.
Questo sarebbe il senso più autentico di "solidarietà politica, economica e sociale" espresso nell'art. 2 della Costituzione.
La mancanza di lavoro e un minimo di sostentamento limita "di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini" che è "compito della Repubblica" garantire in base all'art. 3.


14.5.15

Invalsi e il termometro di Ichino

E dagli con la storia del termometro! È dal 2011 - e poi ancora nel 2013 e ieri sul Corriere - che Andrea Ichino (fratello minore del giuslavorista Pietro) la mena con la storia, suggestiva, ma irreale, delle prove Invalsi utili come il termometro per misurare la febbre.
Ad essere scurrili si potrebbe suggerirgli di mettersele là, le prove invalsi, dove si mette il termometro per misurarsi la febbre.
In realtà sono i giornali che continuano a interpellare le stesse persone ad ogni occasione ricevendo inevitabilmente le stesse risposte.
Andrea Ichino è un economista che insegna all'università di Bologna e non sembra possedere grandi competenze pedagogiche. Quando si parla di educazione e scuola meglio sarebbe rivolgersi ai pedagogisti che, pur non avendo verità infuse - al contrario degli economisti - qualche competenza in più nel settore l'hanno.
Inutile dunque controbattere la risibile tesi del termometro. Un insegnante preparato conosce i pro e contro dell'uso dei test e le difficoltà tecniche e statistiche legate prima alla preparazione degli stessi, poi ai protocolli di somministrazione e modalità di valutazione dei risultati ottenuti.
Non è propriamente come infilarsi un termometro... sotto l'ascella.
Inutile nascondersi che l'Invalsi non brilla per trasparenza e rigore scientifico, ma non è questo il punto. È perversa l'idea di finalizzare tutto l'apprendimento scolastico al risultato delle prove di valutazione.
È risaputo che per ottenere buoni risultati in una batteria di quiz occorre allenarsi a rispondere alla tipologia di domande che verranno poste. E infatti fin dai primi anni delle scuola primaria sono fioriti libretti e quadernetti d'ogni tipo per addestrarsi in vista delle prove Invalsi.
Che addestramento ed educazione siano cose diverse ognuno lo sa (altrimenti basta aprire il vocabolario on-line Treccani o Wikipedia o qualsiasi altro dizionario o enciclopedia).
Allora la domanda da porsi è: vogliamo una scuola che addestri a superare test o che educhi?


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