5.12.16

Considerazioni di autochiarimento sull'esito referendario (pippone che so di scarso interesse!)

Non considerare la pluralità se non è necessario.
Ho rifuggito i pipponi referendari come la peste.
Però l'esito del voto, che mi era indifferente e per il quale dunque non esulto e non mi rammarico, si presta a considerazioni di ordine generale che travalicano l'esito, del tutto scontato in base al principio del rasoio di Occam. Personalmente prefiguravo ipotesi più fantasiose, pur non avendone alcuna certezza, ma, come spesso accade, la soluzione semplice è quella da preferire.
Non credo in alcuna sacralità, tantomeno in quella della Costituzione italiana, mai veramente applicata nei suoi principi di fondo e già più volte ampiamente stuprata.
Cosa vuol dire, ad esempio, il "diritto al lavoro" dell'articolo 4 quando il lavoro non c'è e le condizioni perché ci sia non dipendono da una volontà ideale?
Sarebbe meglio garantire dignità - non soltanto formale come quella dell'articolo 3 - a tutti i cittadini con un sostegno economico e servizi sociali funzionanti quando manca la possibilità di un lavoro.
Invece in tutta Europa (quasi ottocento milioni di europei) ci siamo soltanto noi italiani (sessanta milioni!), insieme a greci e ungheresi (venti milioni tra tutti e due) a mancare di un reddito garantito.
Ho trovato assurdo tutto il can-can che si è fatto.
Il pallone gonfiato del renzismo è miseramente esploso (non è detto che ci siamo liberati di Renzi per sempre anche se si è infilato nel cul-de-sac del referendum con una stoltezza politica non comune!) e va beh! Detestabile lui e la Boschi, sua ministra per le "riforme" costituzionali.
Però a chi vi affidereste ora? Alle coppie D'Alema - Speranza, Berlusconi - Brunetta, Salvini - Meloni, Di Maio - Di Battista? O magari a una riedizione "tecnica" tipo Monti - Fornero?
Ma per piacere! Eppure tutti vincenti, tutti sullo stesso carro, tutti minoritari come il Pd renziano ora allo sfascio.
Gli unici con qualche chance a livello di voto popolare potrebbero essere i pentastellati, ma con il personale politico emerso ai vertici meglio perderli che trovarli. E comunque anche loro non sembrano avere i numeri per governare da soli.
Gli italiani si erano espressi chiaramente alle politiche 2013 facendo emergere tre schieramenti più o meno compositi: 29,55 % l'accozzaglia bersaniana, 29,18 % l'armata Brancaleone berlusconiana, 25,56 % il Movimento 5 Stelle. Quest'ultimo ora sembra in vantaggio ragion per cui vuole andare al voto subito e con qualsiasi legge elettorale. Non si sa mai che il vento cambi.
Vedremo come andrà a finire ora che la cosa è nelle mani di Mattarella, "guida autorevole e salda" [cit. dal discorso di dimissioni del capo del governo).
Altre considerazioni andrebbero fatte circa l'inutilità, ormai palese di giornali e tv col loro stupidario quotidiano, sostituito dal ben più efficacie stupidario del web col tam-tam dei social network, strumento di "democrazia diretta" con pesanti conseguente sulla "qualità" del "voto popolare".
I virgolettati stanno ad indicare quanto sia vasto il capitolo per essere aperto.



3.11.16

Pier Paolo Pasolini visto da Alberto Arbasino


A quarantuno anni di distanza dal "delitto politico" (perché alla fin fine questa è stata la caratteristica dell'assassinio) di Pier Paolo Pasolini, forse il ritratto più aderente alla sua figura lo dobbiamo non certo al film distratto di Abel Ferrara - nonostante la volonterosa interpretazione di Willem Dafoe - ma, a mio avviso, ad Alberto Arbasino (Ritratti italiani, Adelphi, 2014)

Il pezzo dedicato da Arbasino a Pasolini inizia con le risposte "stese accuratamente, e poi da lui [Pasolini] vidimate, riaggiustate, corrette" a una intervista dell'amico Arbasino.

Dice Pasolini:
«Non ho esperienza diretta del benessere. Per me, non c’è. Non abito mica a Milano, io. E, d’altra parte, ricevo almeno quattro o cinque lettere al giorno, con richiesta di aiuti finanziari, e almeno sette otto persone al giorno si rivolgono a me disperatamente per essere aiutate a trovare lavoro. È certamente un caso eccezionale, il mio. Ma io vivo immerso nel mondo della necessità più angosciosa.
[...]
Maledetti! Parlano di benessere: e per di più pretendono che se ne parli come di un fatto scientificamente provato, reale, palpitante, ferocemente attuale. Chi non lo ammette è fuori moda, squalificato.
[...]
il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud, man mano che il Nord arricchisce, il Sud – in senso relativo e assoluto – impoverisce. Io sono nelle condizioni di percepire solo questo regresso (tu sai bene che il Sud comincia alla periferia di Roma): è l’impoverimento dell’Italia che è, per me, l’attualità, il fatto ‘di moda’».
[...]
«Due Preistorie: la Preistoria arcaica del Sud, e la Preistoria Nuova del Nord. Io... Non ho armi per affrontare le ‘masse’ padano-americane. La coesistenza delle due Preistorie (e la lenta fine della Storia, che si identifica ormai, soltanto, nella razionalità marxista) mi rende un uomo solo, davanti a una scelta ugualmente disperata: perdermi nella preistoria meridionale, africana, nei reami di Bandung, o gettarmi a capo fitto nella preistoria del neocapitalismo, nella meccanicità della vita delle popolazioni ad alto livello industriale, nei reami della Televisione. I nostri figli si perdono in questo futuro, cento, duecento, duemila, diecimila, trentamila anni. Il miliardo di contadini biblici che ancora oggi vivono in una condizione preistorica, piano piano creperanno, o diventeranno un’altra razza umana. Gli altri, gli industrializzati, dalla nostra prospettiva, ci riescono umanamente inconoscibili. Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione – questa degenerazione dei sensi umani – ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica».

«L’unico antenato spirituale che conta è Marx, e il suo dolce, irto, leopardiano figlio, Gramsci. Ma non lo dico come lo avrei detto solo un anno o due fa. Mesi e mesi di angoscia, di terrore, di vergogna, di ira, di pietà, avranno pur contato, nella mia vita.
[...]
Da’ un’occhiata, con me, agli anni Cinquanta, appena lì, alle nostre spalle. Non li trovi ridicoli? “Un ridicolo decennio”, è questo un libro di “racconti da farsi” che ho in mente (e che non farò).
[...]
Il ridicolo è dovuto al moralismo. E bada che questo moralismo serpeggia anche nelle sinistre (tutte le coazioni operate nell’analisi del marxismo altrui, che ha fatto per tanti anni della critica di sinistra una specie di caccia alle streghe – che tendeva poi a castrare l’autore, pretendendo da lui una purezza di sentimento marxista assolutamente astratta). Ora, quel moralismo di piccolo-borghese che cerca risarcimenti alla propria impotenza, trionfa col centro-sinistra: in cui i democristiani appaiono, devo dirlo, molto simpatici, i socialisti antipatici. Il moralismo politico-ideologico dell’Avanti – per una specie di complesso di colpa che diventa rigorismo – ha delle strane coincidenze col moralismo – tutto in malafede, naturalmente – dei giornali scandalistici della borghesia. Questo è l’ultimo colpo per la vita associata e civile italiana».

«Bandung. Adopero questa parola in tutta l’estensione del suo significato, ivi compresa anche la rinascita, la lotta per la rinascita, la strada da percorrere per raggiungerci quaggiù nella nostra magnifica storicità. Adopero questa parola implicandovi anche la guerra dei sottoproletariati algerini, angolani, kikuyu... Gandhi, Kenyatta... Adopero questa parola implicandovi anche il Ghana, che fra pochi decenni sarà ricco come la Svizzera... Ma adopero soprattutto questa parola come “senhal” geografico per comprendervi la fisicità dei “regni della Fame”, il “fetore di pecora del mondo che mangia i suoi prodotti”. (Il riferimento al fatto storico accaduto a Bandung è marginale e casuale, ecco)».

«La parte ‘negativa’ degli anni Cinquanta, quella che tu chiami “sinistra”, non la prendo neanche in considerazione: do per scontata la sua stupida tragicità. Io mi riferisco alla parte che abbiamo sempre considerata ‘positiva’ di quel decennio: cioè la nostra sopravvissuta resistenza, la nostra opposizione, la nostra vitalità, il nostro rigorismo ideologico e civico, ecc. ecc.»

Arbasino parla poi dell'omicidio di Pasolini come una brutta sceneggiatura nella quale nulla torna, correlandola alla morte analoga di Giangiacomo Feltrinelli: "altro inverosimile presepio costruito con tutte le sue figurine a posto, in base a connotazioni meramente esterne e «per sentito dire» sul conto del personaggio, e clamorosamente ‘impossibile’ per chi lo conoscesse appena un po’."

C'è molto di più di questo nel ritratto di Pasolini. Arbasino affronta il tema della comune dell'omosessualità, a partire dagli scritti della "giovinezza friulana di Pasolini termina bruscamente, come si sa, con scandalo, vergogna, cacciata o fuga da Casarsa. Tutti contro Pier Paolo: il potere cattolico, l’autorità comunista, la figura paterna. Se non fosse stato un trauma talmente drammatico, sarebbe forse paradossale notare che questo scandalo di natura omosessuale ha luogo proprio a Casarsa, Eldorado e Mecca per frotte di omosessuali veneti giacché sede di vaste guarnigioni militari presso i confini orientali dell’Italia, con abbondanza di giovani soldati generalmente meridionali e collettivamente disponibili."
Arbasino evoca il contesto, da lui stesso condiviso, della seconda fase della vita pasoliniana. "Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica."
"Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità ‘di necessità’ in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili: non parlare e lasciare agire, perché la ‘cosa’, finché non viene nominata e riconosciuta, non esiste, e non va vidimata neanche con l’offerta di una sigaretta: un po’ l’atteggiamento di quegli americani antichi per cui «Christ, was I drunk last night»."

"Caratteristica principale di quegli anni era infatti l’invisibilità sociale dell’omosessualità: nessuno ne aveva mai sentito parlare (per le generazioni fasciste, era un tema tabù); era poco familiare anche il termine; si supponeva semmai trattarsi di stravaganze limitate a pochi stranieri eccentrici in vena di burle a Capri. Dunque anche le manifestazioni più vistose – coppie avvinghiate, tavolate frenetiche, marinai e bersaglieri portati in divisa a casa e in albergo – venivano tutt’al più attribuite dalla gente a innocenti amicizie, affettuose parentele, «sarà il figlio del suo giardiniere».
«Non ha conosciuto la dolcezza di vivere chi non ha frequentato i moschettieri del Duce» ripetevano certi vecchi gentiluomini che d’altronde, invitati a Corte da Re Vittorio Emanuele e dalla Regina Elena, non dimenticavano di infilare il biglietto da visita negli stivaloni dei corazzieri preferiti. E questo è il background di grandi scrittori e registi come Aldo Palazzeschi e Luchino Visconti, che non si sognarono mai di dissimulare la propria omosessualità, ma la vissero l’uno con ironia, l’altro più fiammeggiante."

Arbasino delinea lo stravolgimento di quel mondo nella terza fase della vita pasoliniana (e sua!).
"L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie.

Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della mutazione antropologica drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le motivazioni autobiografiche delle sue anacronistiche invettive contro la società dei consumi e del benessere possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo."

"Pier Paolo portò dunque la sua «provocazione» (che non si chiamava ancora così, e nemmeno «contestazione») direttamente negli ambienti più adatti a prenderla malissimo: i cattolici e comunisti più perbenino e perbenisti, le università ideologiche e provinciali, i conservatori da tinello buono, le periferie violente dove il «diverso» viene assalito con parolacce (e peggio) soprattutto da chi gli ha appena effettuato la prestazione. Fu una «mossa del cavallo» nei confronti della società dello spettacolo. E gli assicurò uno status di «personality» nazionale e internazionale indipendentemente dalle opere."

Pasolini versus Arbasino? No. Stessi ambienti "dove il sesso e soprattutto la sodomia venivano vissuti come commedia e non come tragedia", stessi gusti, stessi maestri.
Diverse inquietudini, però, diverse tensioni, diversa volontà di sfida, "di avversione spontanea verso gli ambienti indulgenti e ironici che vivevano la sodomia come divertimento e non come tormento: i monsignori mondani, i diplomatici sorridenti, le signore in villa, i grandi borghesi in yacht, i letterati internazionali in blazer amici di Truman Capote e Gore Vidal. La café society al gin-and-tonic con le sue allegre trame omosessuali intrecciate come l’ippica e il tennis e il gioco fra cocktails e weekends alla Cyril Connolly ed Evelyn Waugh."
E l'amico Pier Paolo rimprovera l'amico Alberto per "una qualche mancanza di «terribile doglia», cioè di patimento full time: perché non ero [Arbasino] un martire cristiano [...], ma piuttosto un allievo di Bouvard e Pécuchet, un complice di Carmelo Bene)"

C'è altro, molto altro nelle pagine di Arbasino che val la pena leggere come documentazione di tempi e uomini ormai lontani anche dalla nostra sensibilità di non più giovani.
Premonizioni ci furono di quello che sarebbe stato il futuro, ma questi giovanotti alla fine degli anni quaranta affondavano le radici in un humus primi novecento definitivamente esaurito - che non apparteneva già più, se non di riflesso, agli adolescenti degli anni sessanta - e nel loro vivere intensamente gli anni cinquanta, sessanta, settanta (lontani comunque loro, ormai scrittori affermati, dalla partecipazione empatica agli avvenimenti politici e di costume comuni ai nuovi giovani) non potevano possedere il dono della preveggenza circa lo stravolgimento telematico che sarebbe avvenuto da lì a poco.
Troppo e troppo rapidamente tutto è mutato e l'accelerazione legata al cambio di paradigma culturale rappresentato, dopo la televisione, dall'evoluzione rapidissima dei computer ormai si è completamente realizzato, letteralmente trasformando il mondo.
E non è finita qui. Ma è storia che apparterrà ad altri ancora.

27.10.16

La storia dimenticata

Avendo tra le mani un interessate numero monografico su Trieste (Meridiani, Editoriale Domus) sono stato colpito da questa pagina con le date del passato della città.
Incredibile quanto si dimentichi della storia nostrana oltre che internazionale.
Il territorio triestino, come molte zone di confine crogiuolo di lingue e nazionalità diverse, è stato in tempi diversi teatro di pacifica  convivenza  e  conflitti sanguinosi.
Nel contatto con stranieri delle più disparate parti del mondo mi rendo conto quanto questo sia un destino comune.
Purtroppo l'oblio della storia e il prevalere delle passioni e degli interessi contingenti è foriero di ricadute tragiche.
Soffiano venti di guerra e si rinfocolano odi mai completamente sopiti, fomentati da uomini politici incoscienti e da una economia impazzita.
Con i governanti incoscienti che ci ritroviamo e l'oscurantismo frutto di ignoranza dilagante c'è da temere per il nostro futuro prossimo.

1.10.16

Pippone #referendum (uno scassamento di cabasisi lungo due mesi)

Non ho visto la TV ieri sera. Mi sono perso lo scontro Renzi/Zagrebelsky e non mi spiace. Non credo che ne fruirò neppure on demand.
Leggo ovunque che Renzi ha maramaldeggiato. Era inevitabile e questa è la ragione per la quale ho perso la trasmissione. Mi avrebbe fatto male vedere un signore che stimo e rispetto come Zagrebelsky buttato nel tritacarne mediatico (e mediocratico!)
I sostenitori pensanti del "no" continuano a darsi martellate da soli.
Se alla fine vinceranno è perché in questa Italia tripolare pentastellati e destre insieme hanno la maggioranza.
Delle buone ragioni per il "no" di Zagrebelsky non frega niente a nessuno.
Emblematico il comportamento di individui inqualificabili come Schifani che saltimbeccano spudoratamente da una parte all'altra.
Ormai si tratta solo di un referendum pro o contro il "furbo" parolaio fiorentino che, proprio come il "furbo" D'Alema, è caduto nel trappolone del traffico di accordi con la destra berlusconiana ed è rimasto con il cerino in mano.
https://www.facebook.com/fabrizio.garlaschelli/posts/10211135063478747

Alessandro Gilioli: Stiamo diventando tutti piu scemi? (L'Epresso)




Micromega La verità sul referendum di Raniero La Valle

25.9.16

Berlusconi un quarto di secolo fa, Renzi oggi. Ma il declino sembra già cominciato

Per gli ottant'anni di Berlusconi i giornali non ci fanno mancare niente delle loro inutili caterve di pagine.
L'Espresso, ai suoi esordi rivista di riferimento di una parte esigua della sinistra ancora abbastanza pensante, gli dedica copertine multiple e multicolori in stile Warhol [sic! Anche in questo rétro] e una rievocazione di Ezio Mauro, giubilato dalla direzione di Repubblica poiché non sufficientemente renziano.
Correva l'anno 1992. Berlusconi a pranzo con Ezio Mauro, allora direttore de La Stampa: "Ricevo più di duecento lettere al giorno delle massaie felici perché ho regalato loro la libertà con le mie televisioni che guardano al mattino mentre fanno i mestieri..."
Poi gli svela che se mai avesse voluto scendere in politica si sarebbe fatto un partito "reganiano" e avrebbe avuto la maggioranza. A Mauro sembrò una boutade dell'attuale "Bomba" fiorentino e non ci fece caso. Due anni dopo però...

Ecco quello che fa la differenza tra Berlusconi e Renzi e con ogni probabilità non permetterà a quest'ultimo di durare, non si dice vent'anni, ma, se butta male, neppure fino al prossimo anno. La mancanza della "casalinga di Voghera", "liberata" dalle televisioni del Cavaliere.
Detesto virgolettare, ma talvolta è necessario. La casalinga di Voghera è una metafora e l'idea che le casalinghe italiane fossero "liberate", mentre continuavano a lustrare la casa, dagli stupidari mattutini di Mediaset e troppo esilarante.
Eppure quelle TV e quei personaggi pagati per inneggiare a Berlusconi e diffondere un certo stile di vita martellando quotidianamente su una platea di ascoltatori privi di strumenti critici è stata la carta vincente di Forza Italia e, quantunque enormemente ridotta, è ancora quella percentuale che permette a Berlusconi di contare qualcosa nell'attuale panorama politico.
Renzi ha l'energia della giovinezza, una faccia tosta nel contar palle che nulla ha da invidiare al cavaliere di Arcore, una parlantina anche più sciolta ed efficacie, ma gli manca l'appoggio sostanziale delle casalinghe d'Italia imbonite unidirezionalmente dagli schermi televisivi sempre accesi.

Culle di cartone e "crisi umanitarie"


Dacia Maraini, sopravissuta ai tempi dei "Daci e dei Moravi", come ironizzava Arbasino, sul Corriere ha scritto un pezzo strappalacrime sull'indigenza degli ospedali venezuelani e, più in generale, del mondo. (http://articoliscelti.blogspot.it/2016/09/le-culle-di-cartone-in-venezuela.html)
Un po' tutta la stampa "malpensante" si è buttata sulle foto dei neonati sistemati in culle di cartone.
Quale sia la vera situazione venezuelana non so.
Le foto sembrano provenire da Manuel Ferreira Guzman, un avvocato venezuelano dell'opposizione, secondo taluni ispiratore in passato di un tentato golpe contro Chavez, e non "pediatra" come si dice su Il Fatto Quotidiano.
Dunque più che altro si tratterebbe di un "attacco mediatico al Venezuela". Questo sostengono i responsabili dell'ospedale in questione.
Comunque sia tutto ciò dimostra la difficoltà a controllare le notizie che però, una volta "sparate" da giornalisti assai discutibili, fanno il loro corso nella testa delle persone.
Dacia Maraini scrive cose sensate, sulla stato del mondo, nel suo articolo, però, prendendo spunto da una dubbia foto sensazionalistica, inficia in parte la validità di quanto afferma.
Quella mentalità americana alla Donald Tump per cui chi non ha soldi non dovrebbe neppure avere il diritto di entrarci negli ospedali è sempre più presente ovunque e questo è il problema.
Tutti, anche in Italia, hanno esperienze relative alle differenze di trattamento della nostra assistenza sanitaria pubblica. Prenotare una visita e sentirsi dire che occorre attendere mesi, ma, pagando, si può fare subito è la norma. È il famigerato "intra moenia", l'uso da parte dei medici di strutture pubbliche per visite private.
In quanto alle culle di cartone, prima della sventagliata di articoli su quelle del Venezuela, su Google se ne diceva meraviglie. Di quelle finlandesi, ecologiche in quanto di cartone riciclato, che addirittura avrebbero aiutato (in Finlandia naturalmente!) a far diminuire la mortalità infantile.

14.9.16

C'è mai stata bellezza a Pavia?

Disivan a Vughera (la ridente città delle tre P: puttane, pazzi e peperoni)
"Paves mangia vers mangia cruston e tra via al pusè bon"
Non è mai corso buon sangue tra le due città. I trenta chilometri che le separano sono una cesura.
Per i vogheresi è più vicina Milano anche se più lontana. Da Voghera a Pavia magari ci si viene a studiare o lavorare, anche tutti i giorni, altrimenti il capoluogo è come se non esistesse.
Quelli di Voghera hanno Valentino, Arbasino, ma anche Bolchi regista degli sceneggiati TV che nella seconda metà degli anni '50 hanno disvelato agli italiani i grandi della letteratura e, più indietro nel tempo, Bandirola con la sua Gilera e l'amata scrittrice Carolina Invernizio, 123 romanzi pubblicati, messa all'indice dal Vaticano.
Senza scordare "la munsesa" regina delle ragazze in esposizione della via Mazza Dorino (luogo cult della prostituzione, sopravissuto ancora per qualche tempo alla legge Merlin) a suo modo antesignana della "casalinga di Voghera" assurta a interprete del pensiero dell'italiano medio.
Chi può vantare Pavia di altrettanto internazionalmente famosi?

Ora l'amico Giorgio Boatti scrive, su "la Provincia", "Se a Pavia la bellezza è andata via" e il rettore Rugge replica con "La bellezza di Pavia, cinque modi per esaltarla". Un garbato rimpallo tra due signori per bene che sarebbe da maleducati stroncare. Inoltre, anche se "uno vale uno", come diceva una volta Grillo, chi sono io per intervenire?
Però, da trapiantato a Pavia dal lontano '68, sinceramente tutta 'sta "bellezza" a Pavia non l'ho mai vista. Francamente non mi è neppure chiaro in quale accezione sia stato usato il termine "bellezza".
Sicuramente, dal punto di vista architettonico, Pavia è assai pregevole, a parte i crimini edilizi perpetrati. "È la città del romanico, delle vie e viuzze a trama medievale, dell'acciottolato, del fiume, delle torri svettanti, dei segreti tesori artistici." Scrive Rugge. Un po' scontato, ma vero.
Peccato che stretti e contorti come le "viuzze a trama medioevale" siano i pensieri dei pavesi.
Si parla da sempre di turismo, scienza e saperi. Cambiano le amministrazioni e i colori politici quantunque sempre più sbiaditi e la solfa resta sempre la stessa.
Intrecci d'affari in salsa massonica sono la vera vocazione cittadina. I pavesi comuni restano vittime più o meno ignare e sacrificali di chi a Pavia conta davvero e si muove nei meandri dell'Università come delle cittadelle sanitarie siano esse di antica o nuova fattura. Chiuse le industrie, esaurito il filone produttivo restano i fasti e nefasti di un terziario generalmente arretrato e della sempre rampante speculazione edilizia.
A sì c'è anche il commercio, il vortice oscuro dei mille negozi dai prezzi assurdi che aprono e chiudono in rutilante fantasmagoria. E i bar, gli innumerevoli ristoranti cinesi e non cinesi, gli improponibili prezzi di case ed affitti, la vituperata - dai benestanti residenti - movida dei giovani, unica cosa in movimento in una città fantasma, le notti bianche con cibo scadente, le bancarelle, sempre tristemente uguali, i fuochi che decretano, dopo l'intermezzo dell'Autunno pavese, l'inizio del letargo invernale.
Altroché assessorato alla felicità, annunciato dall'ultimo neosindaco! Un significante senza significato, un po' come la bellezza. Ma non è colpa del sindaco. Questa è Pavia.

11.8.16

Cicciottelle e cosce al vento

Non che me ne importi granché, ma 'sta storia del politically correct mi sta sul caz... pardon, mi sconcerta.
Si lo so. Molti (e molte) non saranno d'accordo, anche fra tutti quelli che si sentivano Charlie ai tempi dell'Hebdo. Sembra passato un secolo.
Non mi frega niente (mi è indifferente) se una donna grassa (sovrappeso), quantunque "atleta vincente", viene definita, affettuosamente "cicciottella" o la potente ministra Boschi viene disegnata con la coscia al vento. Alla sciura Boldrini non sconfinfera? Ossignur! Ce ne faremo una ragione.
È indegno sessismo! Ma va là, va'! Sono benaltrista. C'è ben altro che non funziona nella Boschi. La coscia è il meglio, un po' come nel pollo, a meno che non si preferisca il petto.
Bisogna stare attenti, misurare i termini, coprire le statue nude per la visita del presidente iraniano, non satireggiare in radio e in tv, specie nei confronti del Bomba.
C'è un clima sempre più opprimente, un'aria irrespirabile di restaurazione.
Di questo non se ne può più.
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