22.6.11

Pavia e 'ndrangheta - Il silenzio dei media sul maxiprocesso in Lombardia



Mi sembra buona cosa rilanciare sul mio blog l'appello di Giuseppe Catozzella, giornalista e scrittore

Maxi processo alla 'ndrangheta in Lombardia, stop al silenzio

Sono convinto sia profondamente sbagliato sottomettersi alla logica dell'audience che vuole sia la quantità di vendite a fare da amplificatore di una verità scritta nero su bianco. Solo se uno scrittore, un giornalista, un regista, un attore sono già arrivati a tantissima gente allora fa comodo ai grandi giornali o alle tv parlare di ciò che essi dicono nelle loro opere. 
No, ciò che un libro, un'inchiesta giornalistica, un documentario, uno spettacolo teatrale, anche solo un articolo di cronaca giudiziaria racconta sta prima di quanto ha venduto. Bisognerebbe considerare l'oggetto e non il consenso che ne deriva e in quale quantità.

L'11 maggio 2011 è partito il maxi processo alla 'ndrangheta in Lombardia, diviso tra rito abbreviato e rito ordinario (questo celebrato nell'aula bunker di via Ucelli di Nemi, a Ponte Lambro), sèguito delle maxi operazioni - Crimine e Infinito - di luglio 2010, in cui furono tratti in arresto più di 300 affiliati tra Lombardia e Calabria.
Un maxi processo di mafia è già di per se un evento che è necessario raccontare, far sapere ai cittadini. Un maxi processo di mafia al Nord, in Lombardia, il cuore economico del Paese, lo è ancora di più. 
Ma così non è stato, non se ne sono occupati i telegiornali, nemmeno i giornali nazionali.

Se si raccontano le modalità con cui la mafia più potente del mondo da sessant'anni governa in silenzio la regione più ricca d'Europa e quindi d'Italia, il motore di tutto il Paese, ciò che gli consente di stare dentro il G8 per esempio, se si racconta che gran parte dei capitali prodotti in Lombardia - e quindi una buona fetta del Pil italiano - è frutto di accordi con l'economia criminale, questo è quello che non si può dire, che deve rimanere taciuto. 
Se si raccontano i meccanismi con cui ciò avviene, i metodi, le strategie, le logiche del controllo del territorio, degli accordi con i politici locali, della partnership con gli imprenditori, il ruolo del commercio di cocaina nell'accumulo di liquidità che entra nelle casse delle imprese pulite, questo è proprio ciò che deve essere silenziato. Se si fa vedere il meccanismo che sta sotto la guaina di protezione e si racconta, si analizza, si mostra l'ingranaggio così com'è, perché tutti lo possano vedere nel luogo che guida la spinta economica dell'intero Paese, si deve essere messi al silenzio.

E invece solo questo è quello che andrebbe raccontato se si volessero comprendere le ragioni del sistematico crollo economico e morale italiano. Per comprendere lo stadio a cui siamo arrivati è necessario fare un passo indietro o un passo in dentro, e avere il coraggio di scovarne le ragioni. La grande floridezza dell'economia del nostro Paese è in gran parte sommersa, aiutata in questo dal tessuto imprenditoriale che è proprio del nostro territorio: un arcipelago di medie, piccole, piccolissime aziende. 300 miliardi di euro ogni anno vengono sottratti alle casse dello Stato tra fatturato mafioso (circa 130 miliardi) e corruzione ed evasione fiscale (i restanti 170 miliardi): dieci grandi finanziarie. 
Per troppo tempo si è voluto far finta di credere che la mafia - il primo Male italiano, la prima cosa che abbiamo esportato nel mondo e che contemporaneamente si mangia la fiducia nel futuro, alimentata dai concetti di merito, di premio per lo sforzo personale, unico vero motore economico - fosse confinata al Sud: se solo una parte del corpo è malata, allora si può guarire, allora il tutto è sano, non c'è da preoccuparsi. 
Le maxi operazioni in Lombardia e Piemonte, le grandi operazioni in Liguria, Emilia Romagna e Veneto gridano che così non è. E in Lombardia, già negli anni Novanta, ci sono state decine di maxiprocessi, con condanne per circa tremila affiliati di 'ndrangheta. Tutti nascosti sotto terra, insabbiati, per allontanare sempre più il giorno della consapevolezza, della resa dei conti.

Ma quel giorno è alle porte, è evidente a quasi tutti. Sembra essere alle porte il momento di scrivere sulle prime pagine dei giornali che l'Italia è malata. Che il germe della corruzione non è confinato in una precisa latitudine, ma che il modo più facile per creare capitale, quello illegale, ha da sempre tentato e fatto gola a un certo tipo di italiani, del Nord come del Sud. E che da sempre le nostre quattro mafie hanno fatto comodo al tessuto produttivo dell'intero Paese e alla maggior parte della classe politica, che è sempre sembrata fare di tutto per non combatterle. 
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, altrimenti - come sempre più spesso succede per i giornali - la realtà, i movimenti, i venti, non solo superano ma scalzano totalmente la comprensione, che resta azzoppata, monca, muta: stupidaUn Paese senza un'adeguata Ragione che lo rappresenta è cieco, guidato dagli istinti. È l'ora del coraggio, invece, della presa di coscienza.

Voglio fare un appello, soprattutto ai giovani, ma rivolto a tutti. Soprattutto a coloro che hanno deciso di "metterci la faccia", di raccontare con il proprio nome i meccanismi con cui agisce la mafia, con cui agisce la corruzione, nel nostro Paese, a quelli che hanno deciso di dedicare anni, tempo prezioso, alla comprensione e al racconto.
Scrittori, giornalisti, attori, giovani delle organizzazioni antimafia, magistrati, uomini delle forze dell'ordine, politici: mettiamoci insieme
Superiamo le minuscole logiche di appartenenza ai diversi gruppi editoriali, la difesa delle piccole o grandi notorietà, le personalizzazioni e uniamo invece le nostre voci, appoggiamoci, spalleggiamoci, diamoci forza reciproca. Facciamo vincere la verità. Costringiamo i grandi giornali e i telegiornali a occuparsi seriamente di quello che ormai non è più un'ipotesi, mettendo la firma insieme sotto la nostra consapevolezza:la completa compresenza dell'economia criminale e di quella legale sull'intero corpo della Penisola. Aiutiamo il vento che già si è levato ad andare nella giusta direzione, urliamo insieme che siamo per la legalità, per il rispetto delle intelligenze, dei meriti, del lavoro altrui, della Verità, e che siamo contro le arroganze, le prepotenze, l'annichilimento del talento e della fiducia nel futuro, siamo contro le logiche familistiche di spartizione della ricchezza e del lavoro. Gridiamo che siamo pronti per riprenderci finalmente il nostro Paese dove i Padri Costituenti l'hanno lasciato.

Gridiamo insieme. Questo è il momento. Gridiamo con forza la Verità. Firmiamo articoli che la raccontano. Facciamoci sentire. Guidiamo la consapevolezza. Ma tutti insieme, finché non saremo tutti gli italiani.

21.6.11

Traduzioni traduttori e antiche nostalgie

Leggendo l'articolo di Antonio Armano La Pivano e gli svarioni nel “Grande Gatsby” su Saturno, inserto culturale de Il fatto quotidiano, ho avuto un attacco di "Nostalghia".
Non solo perché l'articolista mi è molto caro, ma perché il testo è costellato di nomi che rinviano ad un passato quando il piacere della lettura era in qualche modo incontaminato.
In ordine d'entrata: Fernanda Pivano, Gatsby, Walter Benjamin, Pavese, Vittorini, Faulkner, Moby Dick... autori, libri e traduttori amori di giovinezza che rileggo oggi con smagata delizia.
E poi salta fuori un premio Von Rezzori.
Da molto lontano mi torna alla mente Un Ermellino a Cernopol e, per associazione, Il tamburo di latta. Titoli che hanno segnato il mio gusto di leggere.
Pochi conoscevano Gregor Von Rezzori e io comprai il libro nella prima edizione della storica collana Medusa di Mondadori. Non so per quale motivo, forse solo attratto dal nome dell'autore e dal titolo del romanzo.
Stessa cosa mi accadde poco dopo con un quasi sconosciuto, all'epoca, Günter Grass, al suo primo romanzo negli Astri Feltrinelli. Un tomo extra large di 600 pagine. Rivelazione sorprendente quell'Oskar dagli occhi celesti ricoverato in manicomio, che dispone la sua risma di "carta vergine", impugna la stilografica carica d'inchiostro e inizia a narrare della nonna dalle molte gonne.
Per imitazione devo aver fatto un rito simile anch'io la prima volta che tentai di scrivere qualcosa.

In quanto alle traduzioni è vero, invecchiano.
Più o meno negli stessi anni nei quali uscì Il tamburo di latta, ad esempio, Einaudi pubblicò la traduzione dell'Odissea di Rosa Calzecchi Onesti ad affiancare l'arcinota ottocentesca di Ippolito Pindemonte. Una versione decisamente più attraente per un giovane lettore.
Pivano, Pavese, Vittorini.
Impossibile dimenticare i due volumi di Americana, di Elio Vittorini, trampolino di lancio verso gli scrittori d'oltre oceano, la sensibilità letteraria di Cesare Pavese o l'infaticabile Fernanda Pivano che oltre alle più famose traduzioni ci ha regalato la conoscenza della beat generation, e di tanti altri autori made in Usa, fino alla sua recente scomparsa.
Forse è un tantino ingrato definirli soltanto "grandi divulgatori", ma va bene anche così. Ce ne fossero di divulgatori dal gusto tanto sicuro! In giro circolerebbe meno robaccia.

20.6.11

Pavia - Film "estivi" 2011 al Chiostro del Vittadini - Programma

Per visualizzare e scaricare l'elenco dei 34 film con relative date cliccare QUI
o l'immagine sottostante

19.6.11

Clarence Clemons the "Big Man" mitico sax della Street Band di Bruce Springsteen è morto

Il giuramento di Pontida


L'han giurato. Li ho visti in Pontida
Convenuti dal monte, dal piano.
L'han giurato; e si strinser la mano
Cittadini di venti città.
...

Su! nell'irto, increscioso Alemanno, [che sia il sindaco di Roma?]
Su! Lombardi, puntate la spada:
Fate vostra la vostra contrada,
Questa bella che il ciel vi sortì.
...

Presto, all'armi! Chi ha un ferro, l'affili
Chi un sopruso patì, sel ricordi.
Via da noi questo branco d'ingordi! [chi appoggia 'sto governo e i loro amici faccendieri?]
Giù l'orgoglio del fulvo lor sir! [il cavaliere di Arcore? - per il vero più catramato che fulvo]

Giovanni Berchet, (Riccardo Michelini, Milano, 23 dicembre 1783 – Torino, 23 dicembre 1851) poeta romantico e carbonaro

18.6.11

Falsi ma belli

1950 Parigi - Robert Doisneau

2011 Vancouver - Richard Lam

Entrambe le istantanee sono "false".
Doisneau usò due attori e anche Lam ha "ricostruito" la sua foto, ma che importa?
Sono belle.

13.6.11

Referendum: oltre il 57% degli italiani va a votare. Non ne possono più di B&B (i bacucchi Berlusconi-Bossi)



Rai tre speciale referendum. Bianca Berlinguer invita in studio Rutelli (bleah!), Polito (bleah!) e Rosi Bindi (la meglio dei tre!) e sugli schemi Ferrara (doppio bleah!), Scajola (a sua insaputa) e La Russa (triplo bleah!).
Pessima scelta direi - come spesso accade alla nevrotichina Bianca. Infatti va subito in onda il solito stucchevole e surreale teatrino che induce a cambiar canale.
Molto più sulla notizia quelli di Rai News guidati dal bravo Mineo.

Mentre nelle piazze si festeggia e la lega si dice stanca di prendere sberle, bisogna dire che questa vittoria strepitosa dei "sì" non significa che gli italiani sono diventati di "sinistra", ma semplicemente che non credono più alle palle di chi li governa e ai servi (poco liberi) che li disinformano dagli schermi televisivi e dalle pagine dei giornali.
Ora, grazie ad internet, c'è anche un modo orizzontale di confrontarsi che, anche in Italia, sembra cominciare a crescere politicamente e forse incomincia ad avere il suo peso.
Ma il risultato davvero eccezionale di questo referendum (ricordiamo che si profila un voto favorevole ai quattro referendum addirittura della maggioranza assoluta degli italiani, per cui sarà davvero difficile al cavaliere continuare a millantare il sostegno di maggioranze stratosferiche!) non deve farci scordare che se a perdere è stato in primo luogo il PdL, non ha certo vinto il PD senza elle.
A Milano, Napoli ed ora per i referendum, sono andati a votare anche quelli che non si mobilitano per Bersani D'Alema Di Pietro e compagnia cantante nè intendono votarli.
Se i dinosauri politici dell'opposizione non lo capiranno e non si toglieranno di mezzo lasciando il campo a qualcuno più credibile e in sintonia con il sentire diffuso, alle prossime votazioni saremo punto e a capo.

Risultati referendum 2011 - Pavia in linea con il resto d'Italia

Comune di PAVIA

Referendum 1 PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA.

Totale votanti 32399 su 56649 (57,19 %)
SI 29683 (93,11 % dei voti validi)
NO 2196 (6,89 % dei voti validi)
Schede bianche + nulle + voti nulli 520 (1,60 % dei voti)
Voti contestati 0 (0,00 % dei voti)
 
Referendum 2 PROFITTI SULL'ACQUA.
Dettaglio Sezioni
Totale votanti 32401 su 56649 (57,20 %)
SI 29918 (93,67 % dei voti validi)
NO 2022 (6,33 % dei voti validi)
Schede bianche + nulle + voti nulli 461 (1,42 % dei voti)
Voti contestati 0 (0,00 % dei voti)


Referendum 3 NUCLEARE.
Dettaglio Sezioni
Totale votanti 32326 su 56649 (57,06 %)
SI 29081 (91,22 % dei voti validi)
NO 2800 (8,78 % dei voti validi)
Schede bianche + nulle + voti nulli 445 (1,38 % dei voti)
Voti contestati 0 (0,00 % dei voti)


Referendum 4 LEGITTIMO IMPEDIMENTO.
Dettaglio Sezioni
Totale votanti 32381 su 56649 (57,16 %)
SI 29827 (93,48 % dei voti validi)
NO 2082 (6,52 % dei voti validi)
Schede bianche + nulle + voti nulli 472 (1,46 % dei voti)
Voti contestati 0 (0,00 % dei voti)

12.6.11

Referendum - Un piccolo gesto non virtuale


Mettere un volantino autoprodotto e autostampato (magari anche solo in bianco e nero) nella cassetta della posta dei vicini, come promemoria ad andare a votare, potrebbe avere qualche risultato.

Confesso un certo pessimismo relativo al raggiungimento del quorum (sempre per la vecchia storia del pessimismo della ragione e ottimismo della volontà).
In quanto alla forza di convinzione della rete non so. Alla fine c'è molto transito di idee tra persone già persuase, ma in termini numerici assoluti la partecipazione on-line agli eventi politici è piuttosto scarsa, anche se ai frequentatori abituali sembra tanta.
In Italia è ancora poca, soprattutto, "l'intelligenza collettiva" intesa come scambio del sapere attraverso le tecnologie di comunicazione.
Se si escludono comunità settoriali che fanno dell'intelligenza collettiva un valore aggiunto, la capacità di espansione di un sapere critico condiviso, sulla base del controllo rigoroso delle fonti, sembra assai modesta.

7.6.11

Rai. Tutto bene quel che finisce bene

Lorenza Lei una tagliatrice di teste D.O.C. che piace a tutti


Scopa nuova... Lei (nel senso del nuovo direttore Rai) ha dato a lui (nel senso del cavaliere) quello che gli era dovuto: la prima delle teste, quella di Santoro (alla faccia dello share - con punte oltre il 23% d'ascolto - e conseguenti lauti guadagni per la Rai). Degli interessi aziendali così cari, a parole, ai liberisti in questo caso non interessa niente a nessuno. La Rai continui pure a suicidarsi a tutto vantaggio di Mediaset.
Dunque contenta Lei, contento lui e contento anche Santoro che se ne va con una buonuscita di quasi due milioni e mezzo di euro e La 7 è pronta ad accoglierlo.
In quel posto la prendiamo solo noi che sborsiamo il canone per un servizio che dovrebbe essere pubblico, ma è solamente asservito agli interessi politici -  e finanziari - di Berlusconi e getta milioni per pagare tre anni - vada o non vada in onda - un Ferrarra che nessuno più ascolta o, anche peggio, un tipo vomitevole come Sgarbi, con indice di gradimento tanto inesistente da essere rottamato subito dopo la  prima trasmissione.
Per non parlare delle costose malefatte di Minzolini altrimenti detto, dai colleghi, Scodinzolini.

5.6.11

Genova 2001 G8. Dieci anni dopo Spartaco Mortola, condannato due volte, è promosso questore. Indigniamoci

 Per non dimenticare perché ci sono cose che continuano a far male anche se il tempo passa.
Il dirigente Digos Spartaco Mortola, condannato in appello sia per la "macelleria messicana" della scuola Diaz che per la complicità con l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro nel falsare le deposizioni dei testi, è diventato questore.
Il sindacato di polizia Silp-Cgil grida allo scandalo, ma la nomina rientra in una strategia ben precisa del Viminale e dei vertici della Ps e i media hanno memoria troppo corta per ricordare l'orrore di quanto accaduto in quel tragico luglio genovese.

2.6.11

Margherita Hack: referendum sul nucleare. Una voce fuori dal coro

Hanno destato stupore le dichiarazioni di Margherita Hack sul nucleare.
Premesso, anche se non dovrebbe essere necessario, che nessuno ha sempre ragione, neppure una grande astrofisica e una grande donna come la Hack, invece di insultarsi sul web come accade sulla pagina di Lettera viola sarebbe opportuno andarsi a leggere le puntualizzazioni della scienziata, in merito al suo pensiero, su Micromega: Margherita Hack: “No a centrali nucleari in Italia (ma sì alla ricerca). Puntare su rinnovabili e solare”.
Ci si accorgerebbe che gran parte delle sue affermazioni sono ampiamente condivisibili da qualsiasi antinuclearista, non obnubilato dal terrore irrazionale per il nucleare.
Che il referendum sul nucleare sia perfettamente inutile perché scontato è vero. Nessuno vuole una centrale sotto casa, tanto più se deve già fare i conti con quelle svizzere, francesi e in Slovenia a un tiro di schioppo. In Italia poi, come dice l'astrofisica, ”il pericolo grosso del nucleare siamo noi italiani, perché si ha l’abitudine di pigliare tutte le cose sotto gamba. Si ha tanta paura del nucleare e poi milioni di abitanti vivono intorno alle falde del Vesuvio, che non è morto, è bello vivo, e se sono decenni che non esplode, il giorno che esploderà sarà un vero disastro. La paura dell’atomo è dovuta all’ignoranza..."
Insomma il problema energetico resta comunque ed ignorarlo è da sciocchi.
Questo non significa che non si debba fare il referendum. Felici che ci sia. Il 12 e 13 giugno bisogna andare a votare in massa il nostro "" contro la costruzione di nuove-vecchie centrali, contro la privatizzazione dell'acqua e contro il legittimo impedimento.
Che la ricerca scientifica non debba per questo fermarsi è sacrosanto. Il guaio è che da noi la ricerca è poca, malfatta, ed ora quasi del tutto eparita grazie ai colpi di scure al sistema dell'istruzione pubblica dei nostri illuminati governanti.

Pavia. Internet a scuola e campi elettromagnetici

Alcuni genitori pavesi protestano per l'introduzione del Wi-Fi in un edificio scolastico in via di ristrutturazione, non ritengono importante avere Internet a scuola e preferirebbero un'ora di gioco in più a un'ora davanti al computer.
Hanno paura delle onde elettromagnetiche.
Sono francamente stupito di queste strane prese di posizione. Solo qualche anno fa si chiedeva a gran voce esattamente il contrario.
Per carità più movimento e meno reclusione nelle classi mi trova assolutamente d'accordo. Anche per questo era nato il tempo pieno, prima svuotato di significato dagli insegnanti che non lo hanno mai davvero condiviso e poi delle ministre che l'hanno distrutto nei fatti.
Ma il web e l'alta velocità in rete sono altra cosa e il vero problema sono i docenti che non l'usano affatto o l'usano male (e dunque c'è ben poco di cui preoccuparsi in termini di esposizione ai campi elettromagnetici a scuola a meno che non ci siano i ripetitori di Radio Maria fuori dalla finestra).
La questione delle onde, tornata in auge proprio in queste ore, è endemica e controversa. Più che altro sembra legata all'uso smodato dei cellulari - almeno per quanto rilevato dai 31 scienziati riuniti a Lione della commissione Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca contro i tumori) che se ne occupa.
Considerando che negli ambienti di lavoro, in università e ormai un po' dappertutto, abitazioni private comprese, il Wi-Fi c'è da tempo, dovrebbero esserci più evidenze di quelle rilevate e in tal caso le preoccupazioni non riguarderebbero tanto gli alunni quanto intere categorie di lavoratori ben più esposti.
Tuttavia, per il principio di precauzione, già parecchi anni fa alcune scuole scelsero la via del cablaggio delle classi per i collegamenti ad Internet (a Pavia è cablato tutto il IV Circolo, ad esempio).
Non è mia intenzione sminuire i pericoli. Inquinamenti di ogni tipo sono ovunque intorno a noi e tenere alta la guardia è un diritto oltre che un dovere. Per questo personalmente mi auguro che il 12 e 13 giugno si vada a votare contro la reintroduzione del nucleare, visto che la Cassazione non ha bloccato il referendum nonostante le furbizie governative per farlo saltare.
Con una certa dose di veleno inviterei anche i genitori ad evitare di intasare gli ingressi e le uscite degli alunni dalle scuole con i gas di scarico degli automobiloni con i quali depositano e prelevano i loro figli. Forse, alla fine, sono più dannosi e di cattivo esempio questi del poco wireless che "respirano" in classe.
Ho un ultimo rilievo da fare ai genitori circa le fonti dalle quali si attingono e rilanciano le informazioni.
Infatti le notizie relative alla pericolosità delle onde rimandano ad un sito, "La scienza marcia e la menzogna globale" da prendere con le molle per il carattere complottistico e un po' esoterico che lo contraddistingue. In un post dove si parla di queste onde elettromagnetiche, senza mai citare alcun dato, si finisce sproloquiando "di antenne per il controllo mentale che sembra operino in sinergia con le scie chimiche ed i nanosensori da essi diffusi". Bufale insomma.
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