8.12.16

Crisi di governo in stile democristiano

Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.
È partita la corsa a mollare Renzi. Inevitabile considerando la pochezza del ceto politico.
Un bel ritorno alle pratiche ipocrite rispetto alle quali è possibile tutto e il contrario di tutto.
"Franza o Spagna, purché se magna" è da cinquecento anni il leitmotiv prediletto dai politicanti italici.
E poi diciamocelo: tutti i 608 parlamentari per caso, che hanno dovuto sopportare la noia mortale di riunioni e sedute, magari anche per tre interi giorni la settimana a Roma, per una misera quindicina di migliaia di euro al mese perché dovrebbero rinunciare alla meritata pensione andando al voto prima di settembre (quando scatteranno i quattro anni d'incarico e il conseguente vitalizio)?
Un bel governicchio di scopo che la tirasse in lungo fino all'autunno piacerebbe a molti. Lascerebbe Renzi a bagnomaria, smorzando i residui entusiasmi degli ultimi incantati dal suo attivismo parolaio e le cose riprenderebbero a procedere all'andatura lemme lemme tanto caro alla Consulta come alla vecchia DC della quale Mattarella fu esimio esemplare.
Infine, last but not least, permetterebbe ai seicento peones di arrivare all'agognata pensione.
Non a caso, tanto per esemplificare, uno come Franceschini, ex, meno esimio, DC poi Cristiano Sociale, Partito Popolare Italiano, Margherita, Ulivo ed infine PD saltabeccando da Veltroni a d'Alema ad Amato a Letta a Renzi, sempre occupando posti di rilievo, ora si sentirebbe pronto a ricevere la campanella del premier e gira per le stanze del Palazzo facendo l'occhiolino a tutti.
Come sempre, per nobili scopi, naturalmente!



5.12.16

Considerazioni di autochiarimento sull'esito referendario (pippone che so di scarso interesse!)

Non considerare la pluralità se non è necessario.
Ho rifuggito i pipponi referendari come la peste.
Però l'esito del voto, che mi era indifferente e per il quale dunque non esulto e non mi rammarico, si presta a considerazioni di ordine generale che travalicano l'esito, del tutto scontato in base al principio del rasoio di Occam. Personalmente prefiguravo ipotesi più fantasiose, pur non avendone alcuna certezza, ma, come spesso accade, la soluzione semplice è quella da preferire.
Non credo in alcuna sacralità, tantomeno in quella della Costituzione italiana, mai veramente applicata nei suoi principi di fondo e già più volte ampiamente stuprata.
Cosa vuol dire, ad esempio, il "diritto al lavoro" dell'articolo 4 quando il lavoro non c'è e le condizioni perché ci sia non dipendono da una volontà ideale?
Sarebbe meglio garantire dignità - non soltanto formale come quella dell'articolo 3 - a tutti i cittadini con un sostegno economico e servizi sociali funzionanti quando manca la possibilità di un lavoro.
Invece in tutta Europa (quasi ottocento milioni di europei) ci siamo soltanto noi italiani (sessanta milioni!), insieme a greci e ungheresi (venti milioni tra tutti e due) a mancare di un reddito garantito.
Ho trovato assurdo tutto il can-can che si è fatto.
Il pallone gonfiato del renzismo è miseramente esploso (non è detto che ci siamo liberati di Renzi per sempre anche se si è infilato nel cul-de-sac del referendum con una stoltezza politica non comune!) e va beh! Detestabile lui e la Boschi, sua ministra per le "riforme" costituzionali.
Però a chi vi affidereste ora? Alle coppie D'Alema - Speranza, Berlusconi - Brunetta, Salvini - Meloni, Di Maio - Di Battista? O magari a una riedizione "tecnica" tipo Monti - Fornero?
Ma per piacere! Eppure tutti vincenti, tutti sullo stesso carro, tutti minoritari come il Pd renziano ora allo sfascio.
Gli unici con qualche chance a livello di voto popolare potrebbero essere i pentastellati, ma con il personale politico emerso ai vertici meglio perderli che trovarli. E comunque anche loro non sembrano avere i numeri per governare da soli.
Gli italiani si erano espressi chiaramente alle politiche 2013 facendo emergere tre schieramenti più o meno compositi: 29,55 % l'accozzaglia bersaniana, 29,18 % l'armata Brancaleone berlusconiana, 25,56 % il Movimento 5 Stelle. Quest'ultimo ora sembra in vantaggio ragion per cui vuole andare al voto subito e con qualsiasi legge elettorale. Non si sa mai che il vento cambi.
Vedremo come andrà a finire ora che la cosa è nelle mani di Mattarella, "guida autorevole e salda" [cit. dal discorso di dimissioni del capo del governo).
Altre considerazioni andrebbero fatte circa l'inutilità, ormai palese di giornali e tv col loro stupidario quotidiano, sostituito dal ben più efficacie stupidario del web col tam-tam dei social network, strumento di "democrazia diretta" con pesanti conseguente sulla "qualità" del "voto popolare".
I virgolettati stanno ad indicare quanto sia vasto il capitolo per essere aperto.



3.11.16

Pier Paolo Pasolini visto da Alberto Arbasino


A quarantuno anni di distanza dal "delitto politico" (perché alla fin fine questa è stata la caratteristica dell'assassinio) di Pier Paolo Pasolini, forse il ritratto più aderente alla sua figura lo dobbiamo non certo al film distratto di Abel Ferrara - nonostante la volonterosa interpretazione di Willem Dafoe - ma, a mio avviso, ad Alberto Arbasino (Ritratti italiani, Adelphi, 2014)

Il pezzo dedicato da Arbasino a Pasolini inizia con le risposte "stese accuratamente, e poi da lui [Pasolini] vidimate, riaggiustate, corrette" a una intervista dell'amico Arbasino.

Dice Pasolini:
«Non ho esperienza diretta del benessere. Per me, non c’è. Non abito mica a Milano, io. E, d’altra parte, ricevo almeno quattro o cinque lettere al giorno, con richiesta di aiuti finanziari, e almeno sette otto persone al giorno si rivolgono a me disperatamente per essere aiutate a trovare lavoro. È certamente un caso eccezionale, il mio. Ma io vivo immerso nel mondo della necessità più angosciosa.
[...]
Maledetti! Parlano di benessere: e per di più pretendono che se ne parli come di un fatto scientificamente provato, reale, palpitante, ferocemente attuale. Chi non lo ammette è fuori moda, squalificato.
[...]
il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud, man mano che il Nord arricchisce, il Sud – in senso relativo e assoluto – impoverisce. Io sono nelle condizioni di percepire solo questo regresso (tu sai bene che il Sud comincia alla periferia di Roma): è l’impoverimento dell’Italia che è, per me, l’attualità, il fatto ‘di moda’».
[...]
«Due Preistorie: la Preistoria arcaica del Sud, e la Preistoria Nuova del Nord. Io... Non ho armi per affrontare le ‘masse’ padano-americane. La coesistenza delle due Preistorie (e la lenta fine della Storia, che si identifica ormai, soltanto, nella razionalità marxista) mi rende un uomo solo, davanti a una scelta ugualmente disperata: perdermi nella preistoria meridionale, africana, nei reami di Bandung, o gettarmi a capo fitto nella preistoria del neocapitalismo, nella meccanicità della vita delle popolazioni ad alto livello industriale, nei reami della Televisione. I nostri figli si perdono in questo futuro, cento, duecento, duemila, diecimila, trentamila anni. Il miliardo di contadini biblici che ancora oggi vivono in una condizione preistorica, piano piano creperanno, o diventeranno un’altra razza umana. Gli altri, gli industrializzati, dalla nostra prospettiva, ci riescono umanamente inconoscibili. Si produrrà e si consumerà, ecco. E il mondo sarà esattamente come oggi la Televisione – questa degenerazione dei sensi umani – ce lo descrive, con stupenda, atroce ispirazione profetica».

«L’unico antenato spirituale che conta è Marx, e il suo dolce, irto, leopardiano figlio, Gramsci. Ma non lo dico come lo avrei detto solo un anno o due fa. Mesi e mesi di angoscia, di terrore, di vergogna, di ira, di pietà, avranno pur contato, nella mia vita.
[...]
Da’ un’occhiata, con me, agli anni Cinquanta, appena lì, alle nostre spalle. Non li trovi ridicoli? “Un ridicolo decennio”, è questo un libro di “racconti da farsi” che ho in mente (e che non farò).
[...]
Il ridicolo è dovuto al moralismo. E bada che questo moralismo serpeggia anche nelle sinistre (tutte le coazioni operate nell’analisi del marxismo altrui, che ha fatto per tanti anni della critica di sinistra una specie di caccia alle streghe – che tendeva poi a castrare l’autore, pretendendo da lui una purezza di sentimento marxista assolutamente astratta). Ora, quel moralismo di piccolo-borghese che cerca risarcimenti alla propria impotenza, trionfa col centro-sinistra: in cui i democristiani appaiono, devo dirlo, molto simpatici, i socialisti antipatici. Il moralismo politico-ideologico dell’Avanti – per una specie di complesso di colpa che diventa rigorismo – ha delle strane coincidenze col moralismo – tutto in malafede, naturalmente – dei giornali scandalistici della borghesia. Questo è l’ultimo colpo per la vita associata e civile italiana».

«Bandung. Adopero questa parola in tutta l’estensione del suo significato, ivi compresa anche la rinascita, la lotta per la rinascita, la strada da percorrere per raggiungerci quaggiù nella nostra magnifica storicità. Adopero questa parola implicandovi anche la guerra dei sottoproletariati algerini, angolani, kikuyu... Gandhi, Kenyatta... Adopero questa parola implicandovi anche il Ghana, che fra pochi decenni sarà ricco come la Svizzera... Ma adopero soprattutto questa parola come “senhal” geografico per comprendervi la fisicità dei “regni della Fame”, il “fetore di pecora del mondo che mangia i suoi prodotti”. (Il riferimento al fatto storico accaduto a Bandung è marginale e casuale, ecco)».

«La parte ‘negativa’ degli anni Cinquanta, quella che tu chiami “sinistra”, non la prendo neanche in considerazione: do per scontata la sua stupida tragicità. Io mi riferisco alla parte che abbiamo sempre considerata ‘positiva’ di quel decennio: cioè la nostra sopravvissuta resistenza, la nostra opposizione, la nostra vitalità, il nostro rigorismo ideologico e civico, ecc. ecc.»

Arbasino parla poi dell'omicidio di Pasolini come una brutta sceneggiatura nella quale nulla torna, correlandola alla morte analoga di Giangiacomo Feltrinelli: "altro inverosimile presepio costruito con tutte le sue figurine a posto, in base a connotazioni meramente esterne e «per sentito dire» sul conto del personaggio, e clamorosamente ‘impossibile’ per chi lo conoscesse appena un po’."

C'è molto di più di questo nel ritratto di Pasolini. Arbasino affronta il tema della comune dell'omosessualità, a partire dagli scritti della "giovinezza friulana di Pasolini termina bruscamente, come si sa, con scandalo, vergogna, cacciata o fuga da Casarsa. Tutti contro Pier Paolo: il potere cattolico, l’autorità comunista, la figura paterna. Se non fosse stato un trauma talmente drammatico, sarebbe forse paradossale notare che questo scandalo di natura omosessuale ha luogo proprio a Casarsa, Eldorado e Mecca per frotte di omosessuali veneti giacché sede di vaste guarnigioni militari presso i confini orientali dell’Italia, con abbondanza di giovani soldati generalmente meridionali e collettivamente disponibili."
Arbasino evoca il contesto, da lui stesso condiviso, della seconda fase della vita pasoliniana. "Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica."
"Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità ‘di necessità’ in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili: non parlare e lasciare agire, perché la ‘cosa’, finché non viene nominata e riconosciuta, non esiste, e non va vidimata neanche con l’offerta di una sigaretta: un po’ l’atteggiamento di quegli americani antichi per cui «Christ, was I drunk last night»."

"Caratteristica principale di quegli anni era infatti l’invisibilità sociale dell’omosessualità: nessuno ne aveva mai sentito parlare (per le generazioni fasciste, era un tema tabù); era poco familiare anche il termine; si supponeva semmai trattarsi di stravaganze limitate a pochi stranieri eccentrici in vena di burle a Capri. Dunque anche le manifestazioni più vistose – coppie avvinghiate, tavolate frenetiche, marinai e bersaglieri portati in divisa a casa e in albergo – venivano tutt’al più attribuite dalla gente a innocenti amicizie, affettuose parentele, «sarà il figlio del suo giardiniere».
«Non ha conosciuto la dolcezza di vivere chi non ha frequentato i moschettieri del Duce» ripetevano certi vecchi gentiluomini che d’altronde, invitati a Corte da Re Vittorio Emanuele e dalla Regina Elena, non dimenticavano di infilare il biglietto da visita negli stivaloni dei corazzieri preferiti. E questo è il background di grandi scrittori e registi come Aldo Palazzeschi e Luchino Visconti, che non si sognarono mai di dissimulare la propria omosessualità, ma la vissero l’uno con ironia, l’altro più fiammeggiante."

Arbasino delinea lo stravolgimento di quel mondo nella terza fase della vita pasoliniana (e sua!).
"L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie.

Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della mutazione antropologica drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le motivazioni autobiografiche delle sue anacronistiche invettive contro la società dei consumi e del benessere possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo."

"Pier Paolo portò dunque la sua «provocazione» (che non si chiamava ancora così, e nemmeno «contestazione») direttamente negli ambienti più adatti a prenderla malissimo: i cattolici e comunisti più perbenino e perbenisti, le università ideologiche e provinciali, i conservatori da tinello buono, le periferie violente dove il «diverso» viene assalito con parolacce (e peggio) soprattutto da chi gli ha appena effettuato la prestazione. Fu una «mossa del cavallo» nei confronti della società dello spettacolo. E gli assicurò uno status di «personality» nazionale e internazionale indipendentemente dalle opere."

Pasolini versus Arbasino? No. Stessi ambienti "dove il sesso e soprattutto la sodomia venivano vissuti come commedia e non come tragedia", stessi gusti, stessi maestri.
Diverse inquietudini, però, diverse tensioni, diversa volontà di sfida, "di avversione spontanea verso gli ambienti indulgenti e ironici che vivevano la sodomia come divertimento e non come tormento: i monsignori mondani, i diplomatici sorridenti, le signore in villa, i grandi borghesi in yacht, i letterati internazionali in blazer amici di Truman Capote e Gore Vidal. La café society al gin-and-tonic con le sue allegre trame omosessuali intrecciate come l’ippica e il tennis e il gioco fra cocktails e weekends alla Cyril Connolly ed Evelyn Waugh."
E l'amico Pier Paolo rimprovera l'amico Alberto per "una qualche mancanza di «terribile doglia», cioè di patimento full time: perché non ero [Arbasino] un martire cristiano [...], ma piuttosto un allievo di Bouvard e Pécuchet, un complice di Carmelo Bene)"

C'è altro, molto altro nelle pagine di Arbasino che val la pena leggere come documentazione di tempi e uomini ormai lontani anche dalla nostra sensibilità di non più giovani.
Premonizioni ci furono di quello che sarebbe stato il futuro, ma questi giovanotti alla fine degli anni quaranta affondavano le radici in un humus primi novecento definitivamente esaurito - che non apparteneva già più, se non di riflesso, agli adolescenti degli anni sessanta - e nel loro vivere intensamente gli anni cinquanta, sessanta, settanta (lontani comunque loro, ormai scrittori affermati, dalla partecipazione empatica agli avvenimenti politici e di costume comuni ai nuovi giovani) non potevano possedere il dono della preveggenza circa lo stravolgimento telematico che sarebbe avvenuto da lì a poco.
Troppo e troppo rapidamente tutto è mutato e l'accelerazione legata al cambio di paradigma culturale rappresentato, dopo la televisione, dall'evoluzione rapidissima dei computer ormai si è completamente realizzato, letteralmente trasformando il mondo.
E non è finita qui. Ma è storia che apparterrà ad altri ancora.

27.10.16

La storia dimenticata

Avendo tra le mani un interessate numero monografico su Trieste (Meridiani, Editoriale Domus) sono stato colpito da questa pagina con le date del passato della città.
Incredibile quanto si dimentichi della storia nostrana oltre che internazionale.
Il territorio triestino, come molte zone di confine crogiuolo di lingue e nazionalità diverse, è stato in tempi diversi teatro di pacifica  convivenza  e  conflitti sanguinosi.
Nel contatto con stranieri delle più disparate parti del mondo mi rendo conto quanto questo sia un destino comune.
Purtroppo l'oblio della storia e il prevalere delle passioni e degli interessi contingenti è foriero di ricadute tragiche.
Soffiano venti di guerra e si rinfocolano odi mai completamente sopiti, fomentati da uomini politici incoscienti e da una economia impazzita.
Con i governanti incoscienti che ci ritroviamo e l'oscurantismo frutto di ignoranza dilagante c'è da temere per il nostro futuro prossimo.

1.10.16

Pippone #referendum (uno scassamento di cabasisi lungo due mesi)

Non ho visto la TV ieri sera. Mi sono perso lo scontro Renzi/Zagrebelsky e non mi spiace. Non credo che ne fruirò neppure on demand.
Leggo ovunque che Renzi ha maramaldeggiato. Era inevitabile e questa è la ragione per la quale ho perso la trasmissione. Mi avrebbe fatto male vedere un signore che stimo e rispetto come Zagrebelsky buttato nel tritacarne mediatico (e mediocratico!)
I sostenitori pensanti del "no" continuano a darsi martellate da soli.
Se alla fine vinceranno è perché in questa Italia tripolare pentastellati e destre insieme hanno la maggioranza.
Delle buone ragioni per il "no" di Zagrebelsky non frega niente a nessuno.
Emblematico il comportamento di individui inqualificabili come Schifani che saltimbeccano spudoratamente da una parte all'altra.
Ormai si tratta solo di un referendum pro o contro il "furbo" parolaio fiorentino che, proprio come il "furbo" D'Alema, è caduto nel trappolone del traffico di accordi con la destra berlusconiana ed è rimasto con il cerino in mano.
https://www.facebook.com/fabrizio.garlaschelli/posts/10211135063478747

Alessandro Gilioli: Stiamo diventando tutti piu scemi? (L'Epresso)




Micromega La verità sul referendum di Raniero La Valle

25.9.16

Berlusconi un quarto di secolo fa, Renzi oggi. Ma il declino sembra già cominciato

Per gli ottant'anni di Berlusconi i giornali non ci fanno mancare niente delle loro inutili caterve di pagine.
L'Espresso, ai suoi esordi rivista di riferimento di una parte esigua della sinistra ancora abbastanza pensante, gli dedica copertine multiple e multicolori in stile Warhol [sic! Anche in questo rétro] e una rievocazione di Ezio Mauro, giubilato dalla direzione di Repubblica poiché non sufficientemente renziano.
Correva l'anno 1992. Berlusconi a pranzo con Ezio Mauro, allora direttore de La Stampa: "Ricevo più di duecento lettere al giorno delle massaie felici perché ho regalato loro la libertà con le mie televisioni che guardano al mattino mentre fanno i mestieri..."
Poi gli svela che se mai avesse voluto scendere in politica si sarebbe fatto un partito "reganiano" e avrebbe avuto la maggioranza. A Mauro sembrò una boutade dell'attuale "Bomba" fiorentino e non ci fece caso. Due anni dopo però...

Ecco quello che fa la differenza tra Berlusconi e Renzi e con ogni probabilità non permetterà a quest'ultimo di durare, non si dice vent'anni, ma, se butta male, neppure fino al prossimo anno. La mancanza della "casalinga di Voghera", "liberata" dalle televisioni del Cavaliere.
Detesto virgolettare, ma talvolta è necessario. La casalinga di Voghera è una metafora e l'idea che le casalinghe italiane fossero "liberate", mentre continuavano a lustrare la casa, dagli stupidari mattutini di Mediaset e troppo esilarante.
Eppure quelle TV e quei personaggi pagati per inneggiare a Berlusconi e diffondere un certo stile di vita martellando quotidianamente su una platea di ascoltatori privi di strumenti critici è stata la carta vincente di Forza Italia e, quantunque enormemente ridotta, è ancora quella percentuale che permette a Berlusconi di contare qualcosa nell'attuale panorama politico.
Renzi ha l'energia della giovinezza, una faccia tosta nel contar palle che nulla ha da invidiare al cavaliere di Arcore, una parlantina anche più sciolta ed efficacie, ma gli manca l'appoggio sostanziale delle casalinghe d'Italia imbonite unidirezionalmente dagli schermi televisivi sempre accesi.

Culle di cartone e "crisi umanitarie"


Dacia Maraini, sopravissuta ai tempi dei "Daci e dei Moravi", come ironizzava Arbasino, sul Corriere ha scritto un pezzo strappalacrime sull'indigenza degli ospedali venezuelani e, più in generale, del mondo. (http://articoliscelti.blogspot.it/2016/09/le-culle-di-cartone-in-venezuela.html)
Un po' tutta la stampa "malpensante" si è buttata sulle foto dei neonati sistemati in culle di cartone.
Quale sia la vera situazione venezuelana non so.
Le foto sembrano provenire da Manuel Ferreira Guzman, un avvocato venezuelano dell'opposizione, secondo taluni ispiratore in passato di un tentato golpe contro Chavez, e non "pediatra" come si dice su Il Fatto Quotidiano.
Dunque più che altro si tratterebbe di un "attacco mediatico al Venezuela". Questo sostengono i responsabili dell'ospedale in questione.
Comunque sia tutto ciò dimostra la difficoltà a controllare le notizie che però, una volta "sparate" da giornalisti assai discutibili, fanno il loro corso nella testa delle persone.
Dacia Maraini scrive cose sensate, sulla stato del mondo, nel suo articolo, però, prendendo spunto da una dubbia foto sensazionalistica, inficia in parte la validità di quanto afferma.
Quella mentalità americana alla Donald Tump per cui chi non ha soldi non dovrebbe neppure avere il diritto di entrarci negli ospedali è sempre più presente ovunque e questo è il problema.
Tutti, anche in Italia, hanno esperienze relative alle differenze di trattamento della nostra assistenza sanitaria pubblica. Prenotare una visita e sentirsi dire che occorre attendere mesi, ma, pagando, si può fare subito è la norma. È il famigerato "intra moenia", l'uso da parte dei medici di strutture pubbliche per visite private.
In quanto alle culle di cartone, prima della sventagliata di articoli su quelle del Venezuela, su Google se ne diceva meraviglie. Di quelle finlandesi, ecologiche in quanto di cartone riciclato, che addirittura avrebbero aiutato (in Finlandia naturalmente!) a far diminuire la mortalità infantile.

14.9.16

C'è mai stata bellezza a Pavia?

Disivan a Vughera (la ridente città delle tre P: puttane, pazzi e peperoni)
"Paves mangia vers mangia cruston e tra via al pusè bon"
Non è mai corso buon sangue tra le due città. I trenta chilometri che le separano sono una cesura.
Per i vogheresi è più vicina Milano anche se più lontana. Da Voghera a Pavia magari ci si viene a studiare o lavorare, anche tutti i giorni, altrimenti il capoluogo è come se non esistesse.
Quelli di Voghera hanno Valentino, Arbasino, ma anche Bolchi regista degli sceneggiati TV che nella seconda metà degli anni '50 hanno disvelato agli italiani i grandi della letteratura e, più indietro nel tempo, Bandirola con la sua Gilera e l'amata scrittrice Carolina Invernizio, 123 romanzi pubblicati, messa all'indice dal Vaticano.
Senza scordare "la munsesa" regina delle ragazze in esposizione della via Mazza Dorino (luogo cult della prostituzione, sopravissuto ancora per qualche tempo alla legge Merlin) a suo modo antesignana della "casalinga di Voghera" assurta a interprete del pensiero dell'italiano medio.
Chi può vantare Pavia di altrettanto internazionalmente famosi?

Ora l'amico Giorgio Boatti scrive, su "la Provincia", "Se a Pavia la bellezza è andata via" e il rettore Rugge replica con "La bellezza di Pavia, cinque modi per esaltarla". Un garbato rimpallo tra due signori per bene che sarebbe da maleducati stroncare. Inoltre, anche se "uno vale uno", come diceva una volta Grillo, chi sono io per intervenire?
Però, da trapiantato a Pavia dal lontano '68, sinceramente tutta 'sta "bellezza" a Pavia non l'ho mai vista. Francamente non mi è neppure chiaro in quale accezione sia stato usato il termine "bellezza".
Sicuramente, dal punto di vista architettonico, Pavia è assai pregevole, a parte i crimini edilizi perpetrati. "È la città del romanico, delle vie e viuzze a trama medievale, dell'acciottolato, del fiume, delle torri svettanti, dei segreti tesori artistici." Scrive Rugge. Un po' scontato, ma vero.
Peccato che stretti e contorti come le "viuzze a trama medioevale" siano i pensieri dei pavesi.
Si parla da sempre di turismo, scienza e saperi. Cambiano le amministrazioni e i colori politici quantunque sempre più sbiaditi e la solfa resta sempre la stessa.
Intrecci d'affari in salsa massonica sono la vera vocazione cittadina. I pavesi comuni restano vittime più o meno ignare e sacrificali di chi a Pavia conta davvero e si muove nei meandri dell'Università come delle cittadelle sanitarie siano esse di antica o nuova fattura. Chiuse le industrie, esaurito il filone produttivo restano i fasti e nefasti di un terziario generalmente arretrato e della sempre rampante speculazione edilizia.
A sì c'è anche il commercio, il vortice oscuro dei mille negozi dai prezzi assurdi che aprono e chiudono in rutilante fantasmagoria. E i bar, gli innumerevoli ristoranti cinesi e non cinesi, gli improponibili prezzi di case ed affitti, la vituperata - dai benestanti residenti - movida dei giovani, unica cosa in movimento in una città fantasma, le notti bianche con cibo scadente, le bancarelle, sempre tristemente uguali, i fuochi che decretano, dopo l'intermezzo dell'Autunno pavese, l'inizio del letargo invernale.
Altroché assessorato alla felicità, annunciato dall'ultimo neosindaco! Un significante senza significato, un po' come la bellezza. Ma non è colpa del sindaco. Questa è Pavia.

11.8.16

Cicciottelle e cosce al vento

Non che me ne importi granché, ma 'sta storia del politically correct mi sta sul caz... pardon, mi sconcerta.
Si lo so. Molti (e molte) non saranno d'accordo, anche fra tutti quelli che si sentivano Charlie ai tempi dell'Hebdo. Sembra passato un secolo.
Non mi frega niente (mi è indifferente) se una donna grassa (sovrappeso), quantunque "atleta vincente", viene definita, affettuosamente "cicciottella" o la potente ministra Boschi viene disegnata con la coscia al vento. Alla sciura Boldrini non sconfinfera? Ossignur! Ce ne faremo una ragione.
È indegno sessismo! Ma va là, va'! Sono benaltrista. C'è ben altro che non funziona nella Boschi. La coscia è il meglio, un po' come nel pollo, a meno che non si preferisca il petto.
Bisogna stare attenti, misurare i termini, coprire le statue nude per la visita del presidente iraniano, non satireggiare in radio e in tv, specie nei confronti del Bomba.
C'è un clima sempre più opprimente, un'aria irrespirabile di restaurazione.
Di questo non se ne può più.

5.8.16

Che tempo che fa. Information and Communication vacanziera

Per i drogati di informazione come me le vacanze sono benefiche. Un breve periodo di stacco dalla ridondanza di notizie. Si è comunque connessi, ma ci si accontenta di una rassegna stampa e qualche articolo on line, senza approfondire troppo.
Comunicazione, poi, niente. Sì, qualche foto e qualche scambio di battute. Poca roba, manca il tempo.
Ci si accorge allora come, senza attentati e colpi di stato, tutto giri intorno alle solite cose. Le palle di chi governa - nello specifico il Renzi di turno e le sue ineffabili ministre - il su e giù casuale delle borse per la speculazione su banche, petrolio e brexit, i silenzi bergoglieschi carichi di reconditi significati, l'ennesimo giro di valzer delle nomine Rai ed ora il pasticcio olimpico in salsa brasiliana per la gioia degli inviati sportivi (non se ne può più né di loro né del loro sport!)
Stragi e guerre "altrove" interessano poco giornali e tv.
Fa più notizia l'endorsement del vecchio Clint per Trump, come se fosse una novità scoprirlo reazionario. Il fatto di essere buoni registi, scrittori, chirurghi o tramvieri non esime dall'essere politicamente dei coglioni.

19.7.16

Olimpiadi dopate

648 a.C. Pancrazio: l'arbitro punisce a frustate un atleta che tenta di accecare l'avversario
Già le olimpiadi sono una fonte di arricchimento per pochi e una macchina mangiasoldi per il popolo che le ospita. Senza la Russia poi si potrebbero anche sospenderle del tutto, ché tanto varrebbe. Ma competizioni olimpiche e politica, si sa, sono sempre andate a braccetto.
L'idea che gli squalificati organismi internazionali (CIO, e compagnia bella), sedi di scandali a ripetizione e incapaci fin anche di semplici ed efficaci controlli antidoping, si prendano la briga di squalificare qualsivoglia nazione, quando tutti sanno che lo sport è un marcio business e, in tutte le discipline in cui serve un'"aiutino", ci si droga a go-go, fa solo ridere.
Per piacere finiamola una buona volta con tutta la melensa retorica sullo Sport con l'esse maiuscola che gonfia i portafogli dei giornalisti sportivi. Godiamoci il guerriero massacro per la vittoria, che poi è il vero spirito olimpico greco delle origini, alla facciazza dei De Cubertin di turno!
Tutto ciò a prescindere da quanto denunciato dall'ONU brasiliano che dovrebbe davvero far disertare questi giochi olimpici: "Bambini di strada uccisi dalla polizia per 'ripulire' Rio in vista delle Olimpiadi".

15.7.16

Considerazioni a margine della strage di Nizza

Qualche considerazione dopo la strage di ieri sera a Nizza mi ci vuole, non foss'altro per chiarirmi le poche idee e confuse che mi girano in testa.
Orrore, ovviamente, e costernazione per le vittime. Non se ne può più.
Un franco-tunisino il massacratore. Un piccolo delinquente poco religioso, ma probabilmente con problemi personali, non troppo diversi da quelli di tanti altri che però non vanno in giro ad ammazzare decine di persone.
Fatalità? No, certamente. Odio e violenza fanno la differenza. L'Is può rivendicare quello che vuole, ma questa volta non sembra essere una sua cellula organizzata. Un po' come nel caso del locale gay a Orlando, USA. Terrorismo? Sì, nel senso che ingenera terrore.
Nel mondo, solo nel 2014, le vittime del terrorismo sono state 32658. Di tutti gli atti genericamente definiti terroristici. (lastampa.it/2015/11/24)
Vedi anche (repubblica.it/esteri/2015/11/19)
Ieri sera un esperto sosteneva che nel 2015 sono un po' diminuiti.
L'Is, manovrato da potenti interessi economici di stati che hanno contribuito e contribuiscono alla sua esistenza, rimane tra i maggiori mandanti reali e/o morali. I fanatici più o meno organizzati che si dicono appartenenti allo stato islamico, non sono che uno strumento.
Sempre nelle dirette in internet di ieri notte mi ha colpito la testimonianza di un americano che raccontava come il camion a fine corsa si sia fermato, e lui abbia chiesto all'autista di scendere per aiutarlo a soccorrere le vittime accorgendosi solo allora che aveva in mano una pistola, ma non gli ha sparato. In quel momento sono arrivati i poliziotti che hanno subito ucciso l'uomo del camion. Una strana dinamica, come strane appaiono le armi finte sul camion. Allo stesso modo mi hanno lasciato perplesso i fori di proiettile sul vetro del tir per lo più concentrati dalla parte dove non c'era il guidatore. Probabilmente non significa niente, ma forse un attentatore vivo sarebbe più utile di uno morto. Però capisco che non è facile il controllo della situazione. 
Ogni volta che accadono atti terroristici di tale portata è difficile non andare con il pensiero anche alla demenza politica dei Bush - come di altri presidenti americani - e delle lobby economiche e militari loro referenti che hanno avuto un ruolo di primo piano nella recente destabilizzazione del mondo.
Pure Blair e l'Europa hanno recitato la loro sporca parte in Africa e Medio Oriente e a subirne le peggiori conseguenze sono stati i musulmani. La Francia sta duramente pagando per le interessate ingerenze dell'Eliseo in più paesi africani.
L'Islam integralista, così come tutte le religioni fondamentaliste, sono un altro elemento istigatore di brutali ostilità. Il miscredente, o colui che non crede nella "dovuta" maniera, è un nemico la cui vita non vale nulla. La storia è piena di drammatici esempi al riguardo.
In un clima di comunicazione globalizzata i fanatici e le menti più deboli alimentano facilmente il proprio odio per comportamenti e costumi che ritengono responsabili di tutti i mali del mondo o - semplicemente personali - giustificandoli con qualche assurda ideologia.
È facile per chiunque (anche se meno che in America!) procurarsi un'arma e inventarsi un modo per uccidere decine di persone. Nel 2011 il killer norvegese di Utoya era riuscito da solo a causare 77 morti e 320 feriti.
Se questo clima di disprezzo per l'altro "diverso" da sé non verrà riassorbito nell'alveo di una appartenenza a una comune umanità sarà sempre peggio.
Le disuguaglianze economiche, ancora prima che culturali, povertà e malessere crescenti, alimentano indubbiamente la violenza individuale e collettiva.
Pure coloro che per interessi politici fomentano le pur giustificate paure popolari vanno ascritti tra i mandanti morali delle carneficine.
A casa nostra, nel loro piccolo, i Salvini, Sallusti, Belpitro, Feltri, ai quali si dà uno spazio immeritato in TV, altrove personaggi come la Le Pen, Farage, Boris Johnson, Donald Trump, tanto per fare qualche nome nel nostro campo di appartenenza, rappresentano altrettanti pericoli di radicalizzazione dello scontro tra contrapposti stili di vita, forieri di sviluppi nefasti.

5.7.16

Per non dimenticare. Elie Wiesel nel campo di concentramento di Buchenwald il 16 aprile 1945

Elie Wiesel nel campo di concentramento di Buchenwald il 16 aprile 1945; è nella seconda fila, la settima persona da sinistra
Tre giorni fa è morto a 87 anni Elie Wiesel. È stato uno dei maggiori testimoni dell'orrore dei campi di concentramento.
Non lo spaventava la morte, ma l'oblio dello sterminio quando anche l'ultimo dei sopravissuti sarà morto.
Condivido il suo timore che, in un prossimo futuro, possano avere la meglio i "negazionisti".
Già una generazione come la mia di nati nel dopoguerra, quando tutto era finito, ci si dava un gran daffare per dimenticare e gli insegnanti, molti dei quali fascisti transitati alla Democrazia Cristiana, ben si guardavano dall'informare su quanto era appena accaduto, ha dovuto attendere la fine degli anni sessanta per prendere coscienza dell'accaduto.
Comunque altro urgeva e per un adolescente quello era ormai il passato. Figurarsi per i giovani odierni! Come fargliene una colpa?
Che fare per non dimenticare? La scuola, funzione educante della società, dovrebbe essere la risposta.

Scriveva John Dewey in DEMOCRACY AND EDUCATION:
"Society exists through a process of transmission quite as much as biological life. This transmission occurs by means of communication of habits of doing, thinking, and feeling from the older to the younger. Without this communication of ideals, hopes, expectations, standards, opinions, from those members of society who are passing out of the group life to those who are coming into it, social life could not survive. If the members who compose a society lived on continuously, they might educate the new-born members, but it would be a task directed by personal interest rather than social need. Now it is a work of necessity.
If a plague carried off the members of a society all at once, it is obvious that the group would be permanently done for. Yet the death of each of its constituent members is as certain as if an epidemic took them all at once. But the graded difference in age, the fact that some are born as some die, makes possible through transmission of ideas and practices the constant reweaving of the social fabric. Yet this renewal is not automatic. Unless pains are taken to see that genuine and thorough transmission takes place, the most civilized group will relapse into barbarism and then into savagery. In fact, the human young are so immature that if they were left to themselves without the guidance and succor of others, they could not acquire the rudimentary abilities necessary for physical existence. The young of human beings compare so poorly in original efficiency with the young of many of the lower animals, that even the powers needed for physical sustentation have to be acquired under tuition. How much more, then, is this the case with respect to all the technological, artistic, scientific, and moral achievements of humanity!

Forse, al posto di indigesti sproloqui, basterebbero fotografie al posto di tanti inutili crocifissi a stimolare curiosità e domande sui lager o anche su eventi contemporanei. Forse.

24.6.16

Brexit. Adesso staremo a vedere

No, scusate, ma individui che si conciano così cosa c'entrano con il XXI secolo?

Scrivevo ieri su FB a commento dell'articolo di Krugman sul NYT, Fear, Loathing and Brexit (Paura, ripugnanza e Brexit): "Una giornata cruciale. Stasera sapremo se ringraziare la Gran Bretagna per averci ricacciato indietro di settant'anni nella storia d'Europa o per avere permesso ai giovani di poter ancora sperare in un futuro europeo che non sia soltanto l'attuale schifo di convenienze economiche e finanziarie incrociate a beneficio soltanto di pochi."
Lo scenario peggiore si è avverato.
I "vecchi" inglesi hanno ipotecato per i giovani un futuro che, per ragioni anagrafiche, non sarà il loro - e hanno deciso anche per irlandesi e scozzesi che, ora più che mai, vogliono, giustamente, l'indipendenza.
HOW AGES VOTED (YouGov poll)
18-24: 75% Remain
25-49: 56% Remain
50-64: 44% Remain
65+: 39% Remain
Non mi fa per niente piacere l'esultanza di gentaglia come Farage e lo scodinzolare di Salvini.
So quanto te come siano incapaci di iniziative politiche significative i mediocri statisti che gli europei si scelgono. Ma credo che il pericolo di un'Europa dove si riaccendono i nazionalismi sia di gran lunga il peggiore. Uno sguardo alla storia dovrebbe insegnarcelo.
Prevedo purtroppo che i ben pasciuti burocrati europei, asserviti ai poteri finanziari, andranno avanti sulla strada disastrosa fin'ora seguita.
La valanga comunque si è messa in movimento e vedremo dove ci porterà.
Temo anche la gestione della crisi da parte dei pavidi commissari di Bruxelles. A questo punto non vorrei che tentassero, in base all'art. 50 del trattato dell'Unione riguardante il recesso degli stati membri, di rimandare sine die l'uscita effettiva della Gran Bretagna, che mai è stata veramente parte dell'Unione Europea.

6.6.16

Boom dei Cinquestelle

Queste le donne e gli uomini in ballottaggio nelle principali città
(ma per Raggi a Roma e De Magistris a Napoli direi che si tratta di una formalità)

Se a maggio del 2012 era Grillo ad aver fatto "Boom" ora, senza più Casaleggio e defilatosi il comico, il Movimento Cinque Stelle è finalmente approdato alla maturità istituzionale.
C'è chi continua a definirli antisistema, ma di antisistema hanno ormai ben poco.
Le due donne (di Roma e Torino) sono più rassicuranti di quanto non lo siano le sparate di Beppe. Borghesotte a modino hanno buone stampelle tra i moderati.
Nello schifo che fanno i partiti tradizionali e i loro candidati o non si va a votare (i non votanti si avviano ad essere maggioranza e ormai basta convincere un avente diritto al voto su cinque per aspirare alla vittoria) o si prova chi, non avendo mai governato, promette onestà.
Per Virginia Raggi, probabile futuro sindaco romano, dal dire al fare si vedrà. La conquista di Roma - è miracoloso davvero che Giachetti sia arrivato al ballottaggio dopo tutto quello che hanno combinato quelli del PD - potrebbe essere l'inizio della fine per la credibilità pentastellata.
A Torino c'è da chiedersi come si faccia ad andare a votare uno come Fassino, eppure è avanti di dieci punti.
A Milano, manager per manager, forse è più progressista quello di "destra" che quello di "sinistra".
A Napoli stupisce che la trasversalità di De Magistris non lo abbia fatto eleggere al primo turno.
Cancellata ovunque qualsiasi parvenza di politiche di sinistra - per quel che vale ancora questo vocabolo.
In fin dei conti non è accaduto nulla che non fosse ampiamente prevedibile.
I commentatori si scalmanano per farci credere quello che essi stessi autoreferenzialmente si raccontano.
Sono elezioni amministrative e lasceranno il tempo che trovano.

PS
Grillo, che ha fatto un passo a lato, dimostra ancora una volta di avere talento nello scegliere i tempi dello spettacolo. Non è più il momento dei Vaffa!
L'M5S veleggia per conto suo e in queste elezioni ha fatto il botto grazie anche alla pochezza - quando non impresentabilità - degli avversari.
Abatini telebanucci (Di Maio, Di Battisti) hanno preso il sopravvento nel Movimento. Non perdono occasione per ringraziare i padri fondatori ai quali devono tutto (ed è vero!), ma sotto sotto si percepisce la soddisfazione di esserseli levati dai coglioni.  
Chissà che Beppe Grillo di fronte a quella che Di Maio definisce "rivoluzione gentile" in cuor suo un "Vaffa!" non lo dedichi pure a lui.

2.5.16

Il complesso dell'Imperatore


Risistemando cose in biblioteca riemerge questa tavoletta un po' naïf di una quarantina d'anni fa.
La poesia (un limerick) è attribuita erroneamente a Joyce. Una piccola ricerca (più facile da eseguire ora che allora) l'assegna a Carolus L. Cergoly, giornalista e scrittore triestino di formazione futurista, e si trova nel libro "Il complesso dell'Imperatore".
«Sono l’ultimo triestino vivo ad avere conosciuto Joyce e Svevo quando ero ragazzo», rivela con orgoglio Carolus L. Cergoly a Renato Minore nell’intervista inedita inclusa in “La promessa della notte” (Donzelli, 226 pagine, 25 euro), il volume in cui il critico letterario del “Messaggero” di Roma riunisce le conversazioni con alcuni tra i maggiori poeti italiani del ’900.

22.4.16

Breivik. Non ci sono più le prigioni di una volta! - István Örkény - Restare in vita

Cella del carcere di Halden dove è detenuto Anders Breivik. Tutte le stanze hanno il bagno all'interno, tv lcd e frigobar

Breivik vince la causa contro la Norvegia: “Violati i suoi diritti umani perché in carcere è in isolamento”.
I giudici norvegesi che hanno accordato un risarcimento di circa 35000 euro al massacratore neonazista per nulla pentito che nel 2011 uccise 77 persone, per lo più giovani, definendo "condizioni di detenzione inumane" il suo isolamento in una cella di una trentina di metri con televisione computer e palestrina, hanno certamente applicato la legge.
Tanto di cappello a loro, capaci di separate l'emotività dalle fredde ragioni giuridiche. Hanno reso un servizio alla democrazia applicandone le regole senza eccezioni.
Ci fosse davvero una Europa unita con leggi uguali per tutti a tutela delle garanzie dei suoi cittadini.
Già, ma La Norvegia non fa parte dell'Europa!
Questo da distaccato commentatore, perché se fossi un genitore al quale costui ha ucciso i figli probabilmente vorrei vederlo appeso per le palle in un buio antro pieno di topi finché "morte non sopraggiunga".
Vendetta tremenda vendetta! Anche se non allevia minimamente il dolore.

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Restare in vita

In un grande processo politico anche gli accusati di quart’ordine si presero l’ergastolo: lui fece sei anni, in isolamento per giunta e senza aver commesso nessuna colpa. La prigione fiaccò i suoi compagni, uno dopo l’altro, nei loro punti più deboli, chi al cuore, chi ai polmoni, chi nell’equilibrio psichico.
Lui, che aveva i nervi troppo sensibili, già dopo sei settimane fu colto da una crisi di pianto. Ma mentre chinava la testa scorse sul ripiano del tavolo una formica. Dimenticò così anche di piangere.
Stette a guardarla lottare con una briciola di pane. Poi con l’unghia spinse la briciola sempre più in là. E passò una settimana a far percorrere alla formica tutto il perimetro del tavolo.
La notte la mise nella fiala vuota di un medicinale e il giorno dopo la fece arrampicare su di un fiammifero. Si accorse ben presto che la bestiola si lasciava addomesticare molto più facilmente con dei frammenti di carne piuttosto che con le briciole di pane; e in effetti, dopo otto mesi, era riuscito ad abituarla a giocare all’altalena su due fiammiferi incrociati. Certo, quello strisciare esitante qua e là poteva essere definito un’altalenare solo con una certa buona volontà, ma il risultato lo rese tuttavia quasi felice.
Passato il terzo anno, in considerazione della sua buona condotta e in segno di particolare favore, gli fu concesso di chiedere carta, penna e qualcosa da leggere. Lui rifiutò con fiera ostinazione, del resto la formica sapeva ormai far rotolare un seme di papavero, proveniente da un dolce del Natale passato. Ma lui non era soddisfatto neanche di quell’esibizione, perché rientrava ancora nei confini delle naturali possibilità di una formica. Se avesse potuto farla stare in piedi su due zampe, allora la cosa avrebbe avuto dello straordinario... Ci vollero diciotto mesi, ma ci riuscì.
Dopo un altro anno e mezzo gli fecero discretamente sapere che di lì a poco l’avrebbero riabilitato e rimesso in libertà. Per quel momento fu pronta la grande esibizione: la formica, reggendosi su due zampe, gettava in alto il seme di papavero e lo riafferrava. Ovvero, si sarebbe potuto dire – di nuovo con un po’ di buona volontà – che la formica aveva imparato a giocare a palla!
– Datemi una lente, – disse ai figli, con un sorriso pieno di promesse, dopo la prima cena consumata a casa. – Ho una formica ammaestrata!
– Dove? – chiese la moglie.
Rigirarono la fiala da ogni parte. La guardarono con la lente, la avvicinarono anche alla lampada, ma invano. E, quel che è più strano, neanche lui la vedeva più!

(István Örkény, Novelle da un minuto, e/o, Roma, 1988)



21.2.16

Umberto Eco anni settanta


Ora che i "coccodrilli" sono passati sulle spoglie di Umberto Eco mi permetto un piccolo ricordo.
Era la prima metà degli anni settanta e avevo appena cominciato ad insegnare. Eco invece era già un prof affermato, ma non disdegnava di confrontarsi con noi, appoggiandoci nella non adozione dei libri di testo (conclamati "stupidari" sui quali, insieme a Marisa Bonazzi aveva scritto un libro) ed abolizione dei voti - non in nome di una scuola facile e permissiva come hanno sempre sostenuto i mal informati, ma proprio per educare a quel pensiero critico che ancor oggi manca!
Ecco. Seduto al tavolo dove si discuteva era proprio così, come in questo video

18.1.16

La caduta degli dei (Luchino Visconti)

Notte fonda. Dalle 3 alle 5 rivisto questo film, tra i migliori di Visconti. Nel '69 forse non ero in grado di capirne tutti i significati. Fatto sta che dopo così tanto tempo. Ne ricordavo solo poche scene. Grandiosa la sequenza della festa-orgia con massacro finale delle SA. Assimilabile per forza rappresentativa al gran ballo del Gattopardo.
Storicamente non vale un granché. Del resto non credo fosse intenzione di Visconti farne un film denuncia del nazismo.
Le SS sono un po' da operetta e in genere tutti i personaggi sono ritagliati su cliché risaputi e abbastanza acriticamente riproposti.
Avvincente invece tutta la messa in scena filmica dove gli attori si muovono come automi incapaci di volontà sullo sfondo di eventi incontrollabili.
Più che dei in caduta libera sono protagonisti di una tragedia di cui non colgono il senso, in quanto rappresentanti di una categoria alto-borghese al capolinea.
La grandezza della pellicola sta proprio nell'affresco sociale che ritrae con la maestosità e ricchezza di dettagli dei quadri di Goya relativi alla famiglia reale spagnola.
La profondità intellettuale del film non è data tanto dai dettagli psicologici individuali quanto dal sociogramma esistenziale che offre - fatta salva la bellezza estetica - maggiori spunti alla riflessione di un trattato di sociologia.
Film di questo genere sono rarità nella storia del cinema.
Più facile trovare analoghe corrispondenze in letteratura.
È il caso di Thomas Mann di "Declino di una famiglia" (Buddenbrooks) o "La montagna incantata", più ancora che "Morte a Venezia", autore tra i prediletti da Visconti.

9.1.16

Dies irae


Ci sono giorni che ci si sveglia storti tanto da chiedersi che senso abbia nascere.
Non c'è una ragione precisa e, a pensarci, c'è di che vergognarsi perché, osservando ciò che sta accadendo nel mondo o ciò che è accaduto nella prima metà del '900, noi nati qui dagli anni 50' in avanti siamo stati fortunati.
Sfacciatamente favoriti dal punto di vista storico e geografico.
Le sfighe personali sono un altro paio di maniche. Ce ne sono di così gravi da togliere la voglia di vivere. Non è il mio caso e mi auguro non lo sia mai.
Ora molti giovani bramano appropriarsi di ciò che è negato o precluso nell'unico modo che è stato loro inculcato da videogiochi spara-spara e film d'azione: l'uso della forza e delle armi (per la gioia di chi le costruisce e commercia!).
Da sempre la giovinezza è un periodo della vita nel quale si intende cambiare il mondo fino a quando - amara delusione - ci si rende conto che il mondo non ha nessuna intenzione di essere cambiato.
Ciò che sorprende di questi tempi è l'indifferenza, non solo giovanile, con la quale si uccide, si tortura, si calpesta l'umanità altrui per affermare la propria volontà di prevalere, indifferenti alla propria stessa morte.
Ci si lascia ingaggiare da propagande tutte simili come soldati, combattenti e martiri in nome di un qualche dio, ma anche camorristi, narcotrafficanti o quant'altro e si è solo dei pericolosi coglioni non importa sotto quale bandiera. Ciascuno convinto delle proprie buone ragioni.
Una breve "gloriosa" appagante esistenza sembra valere qualsiasi rischio. Nessuna speranza nel futuro, nessun senso del passato, nessuna distinzione tra bene e male.
Nulla di particolarmente nuovo. Sta da sempre nelle ideologie reazionarie.
Diceva il Duce: "Meglio vivere un giorno da leoni che cent'anni da pecora" (ma personalmente era più propenso all'"Armiamoci e partite!")
Un individualismo spinto alle estreme conseguenze quasi una volontà autodistruttiva.
In nome di che poi? Difficile dirlo. Ideologia religiosa, difesa di sistemi di valori esausti, voglia di potere e ricchezza, in mano a un numero sempre più ridotto di individui, da raggiungere ad ogni costo.
Un tempo quantomeno ci si cullava nell'illusione di un mondo migliore, di persone libere e uguali in cui ciascuno avrebbe dato secondo le sue capacità e ricevuto in base alle esigenze. Senza distinzioni di sesso, colore della pelle, nazionalità, religioni, costumi e consuetudini sessuali. Ora seguendo i media si ha la sensazione che uccidere i propri simili per un motivo o per l'altro sia lo sport preferito da tanti giovani uomini pilotati da vecchi marpioni.
Magari tutto ciò non è vero. Mi sbaglio di grosso abbagliato da una informazione concentrata soltanto su una frazione di generazione mantenuta costantemente alla ribalta per ragioni di bottega. È accaduto anche in passato.
Il mondo reale è altra cosa. Lo spero.
Eppure non si può ignorare che si fa un gran parlare da ogni parte di dio e giustizia divina.
A me sembra che inferno e paradiso siano stati distribuiti iniquamente già qui in terra senza bisogno di un aldilà.

8.1.16

C'è incompatibilità tra spirito laico dell'occidente e cultura islamica?

"C'è incompatibilità tra spirito laico dell'occidente e cultura islamica?"
Viene chiesto da una giornalista al sindaco di Colonia Henriette Reker già vittima di un attentato xenofobo.
"No" è la sua risposta.
Ma è domanda priva di senso.
C'è incompatibilità tra atei convinti e fervidi credenti?
Sì per quanto riguarda la sfera della religione e di taluni comportamenti.
Però nulla impedisce che possano convivere nel reciproco rispetto e tra loro scoccare anche la scintilla dell'amore.
Un po' come accade a certi cani e gatti, o altri animali di specie diverse, coabitanti sotto lo stesso tetto.


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