30.9.12

Divorzio Vauro - Il manifesto: botta e risposta

Non è tanto la separazione tra Vauro e il manifesto a sorprendermi, quanto il passaggio di Vauro a Il fatto quotidiano, un giornale, per lui che si dichiara comunista, che di comunista ha ben poco.
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Vauro ci lascia.
Una lettera e una risposta

 
Con la lettera che qui riportiamo una firma storica e importantissima del "manifesto" ci ha informati del suo passaggio a un'altra testata. Una perdita grave, amaro frutto della crisi che sta attanagliando la nostra impresa

Dire arrivederci è sempre un po' penoso. Lo è ancora di più dopo aver vissuto insieme per quasi trent'anni la splendida e tormentata avventura che è stata ed è il manifesto. Tanto penoso che sarei stato tentato di andarmene zitto zitto,quatto quatto. Ma non me lo sarei mai perdonato. Ed allora eccomi qua a cercare di mettere insieme poche parole per un saluto. Un saluto a tutti i compagni e le compagne del giornale. Un saluto ideale e commosso a quelli, come Luigi, che non sono più tra noi. Un saluto a chi ci legge ed anche( e sono troppi) a chi ha smesso di farlo. Sento di avere un enorme debito con gli uomini e con le donne del manifesto. Il debito di una libertà mai "concessa"ma sempre scaturita dal confronto, dalla discussione anche aspra sulle idee e sul modo di scriverle o disegnarle. Un debito che, permettetemi di dirlo, sento in maniera particolare nei confronti di Valentino. Vecchio compagno che in questi tempi di rampanti "giovani" rottamatori continua a spendere tutto se stesso con passione, dolore ed ostinazione perché una preziosa esperienza di pensiero libero come quella che il manifesto ha rappresentato in tutti questi anni non venga rottamata. E' un debito che so non potrò mai saldare, tanto meno adesso che prendo commiato dalle pagine di questo giornale. Del quale però continuerò ad essere un fedele lettore. L'ho già detto, è difficile trovare parole per un saluto. Ho in mano una copia de il manifesto. Sotto la testata, in caratteri più piccoli, c'è ancora scritto «quotidiano comunista». C'è chi sostiene che comunista sia ormai un termine obsoleto che non significa più niente o peggio. Per me significa molto. e allora saluti comunisti compagni. A pugno chiuso.
Vauro
 
La risposta della redazione
La decisione di Vauro di lasciarci ci sorprende. E ci amareggia. Perché riguarda una persona che ha contribuito a scrivere la storia del nostro giornale. Comprendiamo la sua scelta. Il manifesto sta attraversando il momento più difficile della sua esistenza quarantennale. La direzione, la redazione, i tecnici, tutte e tutti sanno di avere un futuro incerto, perché siamo "in liquidazione" e del doman non v'è certezza. Eppure tutte e tutti hanno capito che proprio la difficoltà del momento richiede uno sforzo più grande perché il manifesto possa continuare il suo cammino di testata storica dell'informazione in Italia. E' vero che alcune firme, alcuni collaboratori, hanno preso altre strade (paghiamo poco o nulla). In momenti di crisi come questo è difficile lavorare senza un ritorno economico adeguato. Eppure abbiamo sempre pensato che le idee, la libertà di opinione e di espressione, il confronto anche aspro ma sempre franco, la passione per la battaglia politica, fossero una garanzia per poter continuare a combattere. Forse ci siamo in parte illusi. L'uscita di Vauro, che va al Fatto Quotidiano, lo conferma. Gli facciamo tanti auguri (e che possa avere la stessa libertà di matita che ha avuto al manifesto) e per salutarlo gli dedichiamo una sua vignetta d'archivio.
Per noi che restiamo a fare il giornale, e a difenderlo da chi lo vorrebbe volentieri seppellire - di questi tempi le copie che vendiamo fanno gola a molti - questo arrivederci è comunque un'ulteriore sfida professionale, culturale, ideale. E proprio da oggi chiediamo alle matite amiche del manifesto di inviarci (dimafoni@ilmanifesto.it; Fax: 0668719573 o 0668719331) le loro vignette per scegliere (nei prossimi giorni vi diremo come) quelle del futuro.

29.9.12

Pezzi di merda e libertà d'opinione

(Orrori quotidiani - Sallusti, una elaborazione del giugno 2011 buona allora come oggi)

Se io dico a qualcuno (non stiamo a sottilizzare se a voce o con altri mezzi) che è un pezzo di merda è ingiuria, diffamazione, calunnia, pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico, oppure mi sono limitato ad esprimere un'opinione?
Ancora: quando una notizia è falsa, è falsa: "sei un pezzo di merda", detto a una persona, è letteralmente falso e calunnioso - più che altro per la merda. Sennonché c'è il senso figurato ovvero il significato metaforico... e qui si finisce in un ginepraio linguistico.
Mah!

Per quanto concerne la "diffamazione a mezzo stampa" così si esprime la Cassazione.
"Il diritto di cronaca (e di critica) è la libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti, anche lesivi della reputazione, sancito in linea di principio dall’art. 21 Cost. e regolato dalla L. 8 febbraio 1948 n. 47. Esso è considerato legittimamente esercitato dalla ormai consolidata giurisprudenza di legittimità quando ricorrano le seguenti condizioni: a) utilità sociale dell’informazione; b) verità (oggettiva o anche solo putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti, che non è rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o anche solo colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente collegati ai primi da mutarne completamente il significato; c) forma civile dell’esposizione, cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da perseguire, improntata a serena obiettività, almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui tutti hanno diritto (continenza)."
Cassazione civile, sez. III, n. 6973 del 22 marzo 2007 in www.legge-e-giustizia.it
Altrove si specifica: "In primis è da evidenziare che il bene giuridico tutelato dalla norma è l’onore di un soggetto, il quale sia nel sentimento e nell'idea che ciascuno ha di sé (da un punto di vista soggettivo) e come il rispetto e la stima di cui ciascuno gode presso il gruppo sociale (da un punto di vista oggettivo).

Se si dovesse tener conto dei punti a, b e c, come espressi dalla Cassazione, apriti cielo: non si salverebbe nessuno. Il novantanove per cento dell'informazione non ha alcuna utilità sociale, la verità troppo spesso si salva soltanto nella forma putativa, il "serio e diligente lavoro di ricerca" è un optional ben poco utilizzato, l'alterazione dei significati attraverso la pratica del montaggio delle notizie, sottacendo elementi ed ampliando l'informazione là dove interessa, con buona pace di qualsiasi serena obiettività, è la prassi. In quanto all'intento denigratorio e al disprezzo per la dignità delle persone di cui si parla è la metodologia più comunemente usata.
Se poi tiriamo in ballo anche l'onore, l'idea che ciascuno ha di sé, il rispetto e la stima di cui gode, tutti concetti abbastanza aleatori, non ne veniamo più fuori.

Relativamente all'affaire Sallusti scrive Robecchi - uno che ha ancora il gusto di documentarsi - sul suo Blog nel post Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere:
Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.
Poi riporta l'articolo incriminato (QUI) - in realtà frutto del sacco di Farina, agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti, radiato dall’Ordine dei Giornalisti e parlamentare PDL da tutti noi lautamente pagato, che per Sallusti ha scritto il pezzo.
Leggerselo e confrontarlo con il fatto reale è istruttivo.

Conclusione assolutamente personale: per quanto inducano orrore individui  come Sallusti, Farina e compagnia bella, metterli in galera non ha senso alcuno. Se esprimono opinioni idiote come quella di mettere a morte giudici, medici e genitori, a isolarli dovrebbe essere soltanto il disprezzo delle persone pensanti. Altro paio di maniche è la pubblicazione di notizie palesemente false e ricostruite fantasiosamente senza alcun rispetto per la realtà dei fatti. Sanzionare duramente loro e gli editori per i quali fanno gli scribacchini prezzolati sembra sacrosanto. Ma la minaccia del carcere serve soltanto a creare intorno a loro un alone di pseudo martirio del tutto immeritato.

26.9.12

Se ne vadano tutti (foto del 25 settembre spagnolo)



Oggi in Spagna, domani, magari, in Italia. Non se ne può più.
Altre foto della manifestazione spagnola da Twitter QUI

24.9.12

Hysteria, una buona vecchia commedia in stile british (e Un medico di De André)

Un medico, Fabrizio De André

Potrebbe essere la storia, alquanto rimaneggiata, del vibratore alle sue origini.
Vibratore inteso come stimolatore, beninteso, che nella buona e casta America è nella disponibilità di quasi il cinquanta per cento delle donne (quantunque ne sia vietata la vendita in parecchi stati del sud, come in Texas dove evidentemente è considerato ben più letale delle armi da fuoco che sono in libero commercio!)

Potrebbe essere la storia di un dottore in bilico, come il medico di De Andrè, tra fedeltà al giuramento d'Ippocrate, ambizione e avidità di denaro.

Potrebbe essere il confronto protofemminista tra aspirazioni di liberazione sociale e sessuale della donna (incarnate dalla suffragetta Charlotte, la sorella maggiore) e la tenera, romantica, sottomessa Emily, sorella minore. (Non a caso la brava regista Tanya Wexler inquadra la prima sempre in toni cupi e ambienti degradati e la seconda in colori pastello, tra fiori e ponticelli da giardino di Monet)

Potrebbe essere ancora la sarcastica presa per i fondelli della scienza medica paludata, piena di errori e pregiudizi o, più in generale, della predilezione tutta maschile e un po' fatua per la scienza in generale e la tecnologia (interpretata nel film da un piacevolissimo Rupert Everett, "smanettone" ante litteram)

E il film è tutto questo e altro ancora (la rappresentazione dell'ipocrisia, egoismo e stupidità delle classi dominanti a confronto con le condizioni delle classi sfruttate), ma alla fin fine rimane solo una commedia leggera, adatta per far passare piacevolmente... il tempo di un film. Merito non da poco!

Tra medici sudicioni, fanatici del salasso con le sanguisughe, che negano l'esistenza dei batteri e avventurosi neofiti prefreudiani che ritengono il genere femminile affetto, nella quasi totalità, da isteria e praticano alle pazienti la masturbazione manuale fino a slogarsi le giunture delle dita, nell'assoluta certezza che il loro godere sia solo un liberarsi dai parossismi isterici - essendo notoriamente impossibile alle donne il godimento senza penetrazione del membro maschile - la vicenda si snoda superficiale e prevedibile per concludersi con un inevitabile lieto fine.

23.9.12

Primarie PD. Tutti pazzi per Fanny



Deciso. Anche Fanny si candida alle primarie del PD


22.9.12

Cosa piove dal cielo? (ovvero Un cuento chino)

Delicato, surreale e tragico. Tre aggettivi per un film che tocca corde sentimentali diverse riuscendo a mantenere intatto lo straniamento dello spettatore.

"Mi piace collezionare delle cose. Colleziono notizie incredibili, assurde."
Dice il protagonista al giovane cinese che gli è piombato tra capo e collo - e del quale non riesce a disfarsi - sconvolgendo la routine di una esistenza sempre uguale.

Sebastián Borensztein, cinquantenne regista - ma non solo - argentino, riesce a mantenere leggera l'ossessiva ripetitività delle azioni di Roberto, il burbero proprietario di un negozio di ferramenta, che dopo la morte dei genitori (la madre muore nel darlo al mondo, il padre quando lui ha 19 anni ed è soldato nella guerra, delle Falkland) vive in solitudine la propria vita ai limiti di un autismo esteriore che maschera un mondo interiore di sentimenti inespressi.

"La vita non ha senso, è assurda". Di questo è convinto Roberto che raccoglie ritagli di giornale delle notizie più strampalate che può trovare. Neppure l'amore manifesto di una vicina riesce a smuovere Roberto dall'ottundimento sentimentale di cui si è fatto scudo. Ma poi, come una mucca caduta dal cielo, arriva il cinese...

21.9.12

Deputate travestite da ancelle e maiali travestiti da maiali...

Che dire ancora di questi sciamannati politici della repubblica berlusconbossiana - nella quale hanno rosicato come topi nel formaggio tutti, un po' da tutte le parti? Non resta che condividere la disperazione di Gramellini al quale è caduta la testa sulla tastiera. A questi non basta più dimezzare gli stipendi e poi mandarli a casa, bisognerebbe trovare il modo di recuperare il mal tolto, tutto fino all'ultimo centesimo e magari qualcosa di più per i danni che hanno fatto (nessuna pena corporale, ma colpirli nel pecunio sì, perdinci!)

Il Senato decollato
Per riprendermi dalle foto del toga party laziale - deputate travestite da ancelle e maiali travestiti da maiali - sentivo il bisogno di rifugiarmi in un’istituzione seria, il Senato della Repubblica. Ieri quell’augusto consesso si occupava di violenza sulle donne. Nell’accostarmi al dibattito, trasmesso dalla tv parlamentare, mi domandavo quali mozioni ed emozioni avrebbero prevalso. In realtà la domanda che avrei dovuto pormi era un’altra: a che ora sarebbe atterrato l’aereo del vicepresidente Nania.
L’uomo incaricato di presiedere la seduta, Nania appunto, era infatti ancora all’aeroporto di Catania per un ritardo di cui ha subito incolpato il ministero dei Trasporti. Ingenuamente mi sono chiesto cosa ci facesse il vicepresidente del Senato a Catania di giovedì. Già il Parlamento funziona due giorni e mezzo alla settimana. Sarà troppo pretendere che almeno quelle sessanta ore i nostri stipendiati le trascorrano a Roma nel luogo di lavoro? In attesa del decollo di Nania, sullo scranno presidenziale è salita Rosy Mauro, che dopo lo scandalo della Lega si è dimessa da vicepresidente vicario, però non da vice semplice. La capisco: i distacchi vanno centellinati. Ma anche lei aveva un aereo in partenza e così «per impegni urgenti e improrogabili» (qualche laurea all’estero?) una donna ha sospeso la seduta dedicata alla violenza sulle donne. Dopo mezz’ora di buio istituzionale senza precedenti è dovuto accorrere il presidente Schifani, interrompendo un incontro coi beagle della Brambilla. Sto cercando una battuta per chiudere, ma dalla disperazione mi è caduta la testa sulla tastiera. La rialzerò appena atterra Nania. (Massimo Gramellini - La Stampa)

18.9.12

Pubblico - Libération


Un nuovo giornale è sempre benvenuto, non fosse altro per il coraggio di chi si accinge all'impresa.
Non so se se ne senta davvero il bisogno. Continuo a pensare che i giornali di carta siano ormai morti che camminano.
Dubito che Telese sia in grado di aggiungere qualcosa di nuovo all'asfittico panorama dei quotidiani italiani.
Ma se provava questo impellente bisogno di distinguersi, auguri.
Pubblico richiama nella grafica Libération e nel titolo La Repubblica. In quanto ad autorevolezza vedremo.
Seguiremo anche lui - rigorosamente on-line - nei limiti del possibile (si ha la più pallida idea di quanto tempo occorra a un drogato dell'informazione per dar retta a tutti in rete?)
Per il momento due articoli a confronto:  Rabbia, amore, sete di giustizia c'è ancora chi dice no   Inna Shevchenko. Un esprit sein (Libération) 

Noam Chomsky, dopo Pavia, Trieste

Social network
Non cambia il linguaggio, cambia solo la percezione. I social media creano l’illusione di avere tanti amici (vedi Facebook) ma non sono amici, solo conoscenze superficiali.

Un piccolissimo assaggio del chomsky-pensiero su La Stampa Occupy Wall Street? Ora deve fare un salto di qualità

15.9.12

Lo squalo (favoletta morale a finale aperto)



Il grosso squalo, vetusto, ma non per questo meno temibile, bordeggiava in profondità senza perdere di vista l'ombra della nave sopra di lui.
A tratti guizzava sotto il pelo dell'acqua, giusto per mostrare un attimo il ghigno dei denti triangolari e avvisare i passeggeri che lui c'era ancora, era lì e aspettava.
Da quando un nuovo comandante aveva preso il timone per lo squalo le cose erano andate peggio. La nave, ormai sul punto di affondare, si era raddrizzata quel tanto che ne permetteva una incerta navigazione.  
Lo squalo ne aveva avuto di tempo per distruggere la carenatura. Complici, l'inanità dell'equipaggio, la bramosia degli ufficiali occupati più a spartirsi i guadagni dei carichi trasportati che a governare la nave, l'indifferenza e la stoltezza dei passeggeri ed infine le ultime terribili tempeste, era quasi riuscito nell'intento. Quel marinaio, più esperto di altri nella navigazione in acque infestate da squali, era riuscito a rallentare la sua sistematica opera di distruzione.
Il fasciame, già in parte marcio e provato dagli attacchi degli innumerevoli squali che lo avevano preceduto, era sul punto di cedere definitivamente. Ci sarebbe voluto poco e il possente muso e la coda avrebbero aperto una irrimediabile falla al disotto della linea di galleggiamento.
Il nuovo capitano però era riuscito a mettere qualche toppa ed ora tentava di tornare in porto, per affidare la nave alle cure di un cantiere, ben consapevole che in caso di affondamento in mare aperto nessuno sarebbe arrivato a salvarlo.
Lo squalo tuttavia non si dava per vinto. Attendeva paziente l'occasione per riemergere colpire, e colpire ancora fintantoché non si fosse aperta una breccia sufficiente.
Sul ponte i passeggeri più attenti osservavano preoccupati la massa scura e flessuosa in perenne movimento sotto la superficie. Si chiedevano se quell'equipaggio d'incapaci e quegli ufficiali corrotti sarebbero stati in grado di portarli a salvamento. Anche della perizia del nuovo capitano dubitavano, considerando che per rendere più leggera e veloce la nave, e più rapido il rientro in acque sicure, l'aveva alleggerita di gran parte del carico e delle provviste sicché a bordo si faceva la fame e il morale era sempre più basso. Per giunta c'era il fondato sospetto che non tutti patissero le medesime restrizioni. Non certo i privilegiati che potevano permettersi di trattare in qualche modo con il capitano frustrandone le buone intenzioni di condivisione dei sacrifici - sempre che ne avesse davvero avute, cosa della quale molti dubitavano. Men che meno gli ufficiali e i loro amici.
Le cose stavano a questo punto e gli aiuti che il capitano aveva pur richiesto con una certa insistenza tardavano a partire. Del resto il capitano stesso, non si capiva bene se per orgoglio, o perché non volesse che altri mettessero il naso negli affari di bordo, sembrava intenzionato a far da sé fino all'ultimo.  
Ciò che davvero segretamente temeva chi avesse un po' di buon senso è che lo squalo partisse di nuovo risolutamente all'attacco. La fragilità manifesta della nave non garantiva protezione adeguata, né a bordo c'erano fiocinieri in grado di fermare definitivamente l'insaziabile pesce, né marinai tanto abili da portare la nave in acque sicure.
Di volta in volta questo o quell'ufficiale si faceva avanti chiedendo a gran voce che la nave fosse affidata a lui, ché ben avrebbe saputo come trarla in salvo.
Ma, conoscendo i trascorsi di questi ufficiali, pochi davano loro credito e le parole erano parole al vento.
Qualcuno tra i passeggeri stessi godeva di buona considerazione, ma essendo pressoché privo di precedenti esperienze marinaresche si diffidava dall'affidargli eccessive responsabilità.
Altri proponevano soluzioni allettanti, ma scarsamente praticabili, considerando le condizioni a bordo, sicché raccoglievano scarsi proseliti.
Tale era la situazione mentre la tempesta continuava a rumoreggiare all'orizzonte e i venti incostanti sbatacchiavano qua e là lo scafo.
Intanto lo squalo, sicuro nel suo liquido elemento, continuava ad ambire la preda...

1.9.12

Bentornato ispettore Callaghan (ovvero memoria corta, frottole, conservatori e contraddizioni)

Gli elettori americani, non diversamente dagli elettori di tutti gli altri paesi, hanno la memoria corta e sono facile preda della propaganda elettorale di chi ha più soldi per farla e pelo sullo stomaco nel raccontar balle.
Ecco perché, localmente, temo il ritorno in prima persona del Cavaliere già ben sapendo che, anche se per qualche ragione il vessillo Berlusconi si automettesse in soffitta, pezzi pesanti di berlusconismo zavorreranno l'Italia chissà per quanto tempo ancora.

In suolo americano il grande Eastwood si è rimesso nei panni del peggior ispettore Callaghan.
Al proposito non posso che condividere l'opinione dell'amico Nuccio Lodato che cito integralmente (scusandomene con lui).
Dopo la fulminata e inopinata uscita di Eastwood alla GOP Convention di Tampa, ammirando la fulminante replica di Obama e lasciando ai seguaci della "Moral Guidance" l'arduo compito di un'eventuale apologia, non si può che utilizzare al contrario una citazione proustiana. In "All'ombra delle fanciulle" a un certo punto il Narratore dice, parlando del dottor Cottard (destinato poi, i lettori lo sanno, a folgorante verduriniana carriera...): "In quel momento la mamma ed io capimmo che quell'imbecille era un grande clinico".
Parlando del nostro o ex-nostro di ieri, non possiamo che concludere parafrasando: "In quel momento capimmo che quel grande artista era un ..."


A proposito di memoria corta, frottole, conservatori e contraddizioni Think Progress riporta un articolo nel quale si elencano dieci cose fatte da Reagan - indiscusso campione dei conservatori - delle quali poco si parla. [Articoliscelti: Dieci cose che i Conservatori non vogliono che si sappiano su Ronald Reagan]

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