26.6.08

Lodo - non Francesca - e populismo plebiscitario

Lodo, se cercate in Internet trovate anche lei, Francesca, ma non è propriamente il significato del termine lodo.
Considerandone le forme, è strano che Berlusconi non l'abbia ancora fatta eleggere in parlamento...

Stop alle intercettazioni e alla loro pubblicazione, blocco dei processi (lodo Schifani bis o Alfano one) per impedire quelli nei quali il cavaliere è indagato, immunità per le alte cariche dello stato, così non ci si pensa più e Berluscao può serenamente sperare in una apoteosi presidenziale a coronamento della sua folgorante carriera politica.
Populismo non tanto per la globalità del consenso (il cavaliere ammalia soltanto il 47 per cento degli italiani), ma nel senso di vincere le elezioni a man bassa ottenendo, grazie ad una legge elettorale parto indigesto di un dentista leghista, una sproporzionata maggioranza parlamentare rispetto ai voti ricevuti. Se si aggiunge una opposizione tanto timida da risultare inesistente si comprende l’accelerata a muso duro del premier. È nel suo stile di sempre. Stile azienda familiare di cui lui è capo indiscusso. Prima pensa a se stesso e ai suoi interessi personali, poi a quelli di coloro che gli sono più vicini, mentre gli italiani nel loro complesso sono l’ultima delle sue preoccupazioni. Ma a buon diritto può fregarsene. La telecrazia, che da tempo ha sostituito la democrazia in questo disgraziato paese, gli permetterà di affermare spudoratamente tutto ed il contrario di tutto ottenendo l’approvazione incondizionata non solo dei suoi beneficati, ma anche dei poveri cristi ai quali non è andato - e non andrà - nulla in tasca, anzi…
Così il cavaliere fa e dice ciò che vuole. I giudici che indagano su di lui sono definiti “un cancro della democrazia”. Le leggi proposte si fanno beffe della costituzione con i sui principi d’uguaglianza dei cittadini e separazione tra gli organi dello stato, dando luogo ad una nuova costituzione materiale senza neppure prendersi il disturbo di modificare quella esistente.

12.6.08

Intercettazioni e malasanità

Di ministri pallisti ce ne sono stati tanti, ma questo Angelino Alfano, alter ego del Cavaliere, le ha sparate grosse, propagando cifre fantasiose circa i costi e la quantità delle intercettazioni telefoniche. Per fortuna qualche giornalista più attento - pochi - ha smentito dati alla mano. Nulla di nuovo sotto il sole. La strategia è creare insicurezza per sostenere la mancanza di sicurezza e, conseguentemente, assumere provvedimenti che, pur senza reali vantaggi per i comuni cittadini, salvaguardano gli interessi personali dei potenti.
Non che manchino i motivi d'insicurezza. Ultimi, in ordine di tempo, quelli relative alla bassa macelleria praticata nelle cliniche lombarde.
Le intercettazioni dei medici del Santa Rita, clinica privata milanese, fanno sembrare le ciniche affermazioni del dr. Hauser frasi da educanda.
Chissà perché, però, mi meraviglia poco lo spudorato attaccamento di questi sanitari al vil danaro. Checché ne dica il governator Formigoni, l’eccellenza del sistema sanitario lombardo è in discussione. Accreditare indiscriminatamente tutta l’offerta ospedaliera privata, collocando nei posti decisionali uomini discussi, ma di provata fede formigoniana, ha indotto speculatori di ogni sorta a tuffarsi nel redditizio universo della non più pubblica salute. Gli ammalati sono diventati clienti e lo stato la gallina dalle uova d’oro. Remunerare per prestazioni erogate le strutture sanitarie, come avviene, significa, a detta dello stesso Veronesi, oncologo ex ministro a capo di una di queste strutture, che più sono le operazioni inutili più s'incassano soldi.
Insomma si favorisce spudoratamente il privato a scapito del pubblico.
Le strutture di ricovero pubbliche iscritte al registro regionale sono passate da 117 a 112 nel periodo 2002-2006; nello stesso periodo, invece, le strutture private accreditate sono passate da 79 a 104. Ancora più consistente il divario tra ambulatori pubblici (da 176 sono scesi a 159) e privati (da 233 sono passati a 324). Mediamente si tratta di un aumento uniforme su tutto il territorio lombardo del 30% delle cliniche private, con alcune anomale eccezioni: a Bergamo sono passate addirittura da 24 a 45 mentre le pubbliche sono rimaste 24, a Cremona da 12 a 29 contro le 9 pubbliche, a Lodi da 3 a 10 contro le 5 pubbliche. Nella provincia di Milano ci sono 290 centri privati e 392 pubblici. (Studio curato da Giuseppe Landonio, consigliere comunale di Milano da ilmanifesto.it)
Detto questo ci andrei con i piedi di piombo a far d’ogni erba un fascio. I medici hanno tanti difetti, ma non sono tutti dei criminali. Neppure quelli finiti sotto inchiesta vanno additati come mostri, fino a quando la loro colpevolezza sarà dimostrata “al di là di ogni ragionevole dubbio”.Le intercettazioni servono come informazione doverosa e dicono assai più di tante parole sulla personalità degli intercettati, ma non possono essere considerate prove definitive fintantoché non sono suffragate da fatti dimostrabili. Questo il compito dei magistrati, non certo costruire teoremi o occuparsi di giudizi morali.

9.6.08

Galera per chi indaga o ci informa sulle porcate di politici ed imprenditori

Il Cavaliere, lancia in resta, si butta nella difesa della casta dalle intercettazioni, strumento che, a suo tempo, ha incastrato i protagonisti di tangentopoli e fatto capire - a chi voleva capire - gli intrecci perversi tra politica ed economia. Stop alle pantomime con il direttore Rai Saccà per raccomandare donnine (chi ha la memoria corta si diverta risentendo la telefonata in Berlusconi e il suo lacchè). Niente più intercettazioni ai furbetti del quartierino. Ci verrà negato il piacere di godere dello spessore culturale di questi individui che, dopo aver speculato a man bassa con i nostri soldi, continuano a godersi la bella vita. Non si va in galera per falso in bilancio, ma per intercettazioni telefoniche si. Saranno contenti i vari D'Alema, Fassino, Consorte, Fiorani, Fazio, e chi più ne ha ne metta, che si sono fatti pizzicare in conversazioni che saranno pure penalmente irrilevanti, ma la dicono lunga sulla mentalità degli intercettati. Cosa conta veramente per il governo di destra tanto entusiasticamente votato dagli italiani? La privacy dei Vip per continuare a fare i comodacci loro! Emblematico.

6.6.08

Il Divo

regia di Paolo Sorrentino.
con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo, Cristina Serafini.
Genere Drammatico, colore 110 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione Lucky Red

La Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù. Giulio Andreotti insomma. Protagonista assoluto del film di Sorrentino e protagonista nei fatti e misfatti italiani dai tempi di De Gasperi ad oggi. 1948-2008: sessant'anni consecutivi di presenza ai vertici del mondo politico, un archivio personale impressionante, una immensa solitudine. Dice il divo Giulio medesimo di aver conosciuto almeno trecentomila persone di rilievo nei vari ruoli occupati, ma non per questo di essersi mai sentito meno solo. Sorrentino lo coglie nel momento del suo settimo mandato come Presidente del Consiglio, a capo di un governo traballante e con una accozzaglia di "corrente" alle spalle (le famigerate correnti di democristiana memoria) della quale fa parte anche il pluricondannato Ciarrapico appena riapprodato in Parlamento nelle liste berlusconiane.
Il Divo è interessante come raramente sanno esserlo i film italiani. Atmosfere giuste, colori, luci ed ombre calibrate per suggerire sensazioni, trucco pesante dei personaggi fino a diventare maschera grottesca (ricorda un certo Fellini), realismo ossessivo che sfocia nel surreale. Nel complesso tiene e, senza troppo annoiare, fa riflettere sullo sfacelo di questa Italia sempre in bilico tra criminalità dominante e fallite speranze democratiche. Fa riflettere poiché la serie di intrighi, stragi, morti eccellenti - neppure tutti citati - non può che far riflettere, tuttavia non si tratta di un film "politico". Si potrebbe leggerlo come metafora del potere in ogni luogo e in ogni tempo, ma sarebbe pur sempre una lettura logora, ampiamente scontata. Meglio guardarlo per quello che è. Il ritratto di un vecchio uomo politico, forse reggitore di tutti le occulte trame, forse guscio vuoto che ha costruito il proprio mito sull'ambiguità e sui silenzi, magari solo apparentemente carichi di significato. Il regista Sorrentino si astiene dal dare giudizi e fa bene. Non è questo il suo compito. Rappresenta quel che gli sembra d'aver colto del personaggio: un fervido credente, un uomo triste e afflitto, oltre che dall'emicrania, da una ambizione smisurata.

2.6.08

"Code alla Pavese" e The Global Information Technology Report 2007-2008

Giorgio Boatti scrive su La Provincia Pavese del 1 giugno '08 a proposito delle estenuanti code agli sportelli alle quali sono sottoposti i poveri cittadini. Una rispostina all’amico Boatti relativa alle “code alla pavese” viene spontanea non tanto per contestare le sue sacrosante affermazioni sulla sudditanza dei non-cittadini nei confronti dell’arroganza di chi sta al di là degli sportelli, ma per eccepire sulla necessità delle code in sé. Quale che sia la ragione dei mesi di fila all’Aci mi chiedo perché i pavesi debbano andare lì a rinnovare il bollo auto quando possono benissimo farlo on-line o presso qualsiasi tabaccheria dove si gioca al lotto. Quante code potrebbero essere evitate se si usassero i mezzi di comunicazione virtuali? Tante, quasi tutte. Da molti anni ormai è possibile pagare in rete tasse e bollette di ogni tipo, spedire raccomandate, consultare ed operare sui propri conti correnti ecc. Perché, ad esempio, tanti anziani pensionati devono ancora fare lunghe file “in posta” per ritirare la loro magra pensione? La risposta è semplice da un lato, complessa dall’altro. Si può ridurre in due termini: disinformazione e arretratezza. Aiutare i cittadini a non essere “sudditi” passa attraverso l’informazione. L’arretratezza è un altro paio di maniche. L’autorevole Network Readiness Index (indice che ogni anno, sulla base di diversi parametri, rileva la capacità operativa, culturale ed economica delle nazioni ad intercettare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie) colloca ai primi tre posti, nell’ordine, Danimarca, Svezia e Svizzera. Quarti gli Stati Uniti. L’Italia si piazza al quarantaduesimo posto [sic!] alle spalle di Cipro, Thailandia e Porto Rico. Ultimi tra i grandi paesi europei arranchiamo tra le difficoltà di una Adsl cara, lenta e non ancora a disposizione di tutti e l’incapacità, pubblica e privata, ad adeguare i servizi alle esigenze della popolazione. Per dirla parafrasando titoli di film: la Cina è vicina, ma Internet è lontana e questo non è un paese né per vecchi né per giovani.
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