25.9.16

Berlusconi un quarto di secolo fa, Renzi oggi. Ma il declino sembra già cominciato

Per gli ottant'anni di Berlusconi i giornali non ci fanno mancare niente delle loro inutili caterve di pagine.
L'Espresso, ai suoi esordi rivista di riferimento di una parte esigua della sinistra ancora abbastanza pensante, gli dedica copertine multiple e multicolori in stile Warhol [sic! Anche in questo rétro] e una rievocazione di Ezio Mauro, giubilato dalla direzione di Repubblica poiché non sufficientemente renziano.
Correva l'anno 1992. Berlusconi a pranzo con Ezio Mauro, allora direttore de La Stampa: "Ricevo più di duecento lettere al giorno delle massaie felici perché ho regalato loro la libertà con le mie televisioni che guardano al mattino mentre fanno i mestieri..."
Poi gli svela che se mai avesse voluto scendere in politica si sarebbe fatto un partito "reganiano" e avrebbe avuto la maggioranza. A Mauro sembrò una boutade dell'attuale "Bomba" fiorentino e non ci fece caso. Due anni dopo però...

Ecco quello che fa la differenza tra Berlusconi e Renzi e con ogni probabilità non permetterà a quest'ultimo di durare, non si dice vent'anni, ma, se butta male, neppure fino al prossimo anno. La mancanza della "casalinga di Voghera", "liberata" dalle televisioni del Cavaliere.
Detesto virgolettare, ma talvolta è necessario. La casalinga di Voghera è una metafora e l'idea che le casalinghe italiane fossero "liberate", mentre continuavano a lustrare la casa, dagli stupidari mattutini di Mediaset e troppo esilarante.
Eppure quelle TV e quei personaggi pagati per inneggiare a Berlusconi e diffondere un certo stile di vita martellando quotidianamente su una platea di ascoltatori privi di strumenti critici è stata la carta vincente di Forza Italia e, quantunque enormemente ridotta, è ancora quella percentuale che permette a Berlusconi di contare qualcosa nell'attuale panorama politico.
Renzi ha l'energia della giovinezza, una faccia tosta nel contar palle che nulla ha da invidiare al cavaliere di Arcore, una parlantina anche più sciolta ed efficacie, ma gli manca l'appoggio sostanziale delle casalinghe d'Italia imbonite unidirezionalmente dagli schermi televisivi sempre accesi.

Culle di cartone e "crisi umanitarie"


Dacia Maraini, sopravissuta ai tempi dei "Daci e dei Moravi", come ironizzava Arbasino, sul Corriere ha scritto un pezzo strappalacrime sull'indigenza degli ospedali venezuelani e, più in generale, del mondo. (http://articoliscelti.blogspot.it/2016/09/le-culle-di-cartone-in-venezuela.html)
Un po' tutta la stampa "malpensante" si è buttata sulle foto dei neonati sistemati in culle di cartone.
Quale sia la vera situazione venezuelana non so.
Le foto sembrano provenire da Manuel Ferreira Guzman, un avvocato venezuelano dell'opposizione, secondo taluni ispiratore in passato di un tentato golpe contro Chavez, e non "pediatra" come si dice su Il Fatto Quotidiano.
Dunque più che altro si tratterebbe di un "attacco mediatico al Venezuela". Questo sostengono i responsabili dell'ospedale in questione.
Comunque sia tutto ciò dimostra la difficoltà a controllare le notizie che però, una volta "sparate" da giornalisti assai discutibili, fanno il loro corso nella testa delle persone.
Dacia Maraini scrive cose sensate, sulla stato del mondo, nel suo articolo, però, prendendo spunto da una dubbia foto sensazionalistica, inficia in parte la validità di quanto afferma.
Quella mentalità americana alla Donald Tump per cui chi non ha soldi non dovrebbe neppure avere il diritto di entrarci negli ospedali è sempre più presente ovunque e questo è il problema.
Tutti, anche in Italia, hanno esperienze relative alle differenze di trattamento della nostra assistenza sanitaria pubblica. Prenotare una visita e sentirsi dire che occorre attendere mesi, ma, pagando, si può fare subito è la norma. È il famigerato "intra moenia", l'uso da parte dei medici di strutture pubbliche per visite private.
In quanto alle culle di cartone, prima della sventagliata di articoli su quelle del Venezuela, su Google se ne diceva meraviglie. Di quelle finlandesi, ecologiche in quanto di cartone riciclato, che addirittura avrebbero aiutato (in Finlandia naturalmente!) a far diminuire la mortalità infantile.

14.9.16

C'è mai stata bellezza a Pavia?

Disivan a Vughera (la ridente città delle tre P: puttane, pazzi e peperoni)
"Paves mangia vers mangia cruston e tra via al pusè bon"
Non è mai corso buon sangue tra le due città. I trenta chilometri che le separano sono una cesura.
Per i vogheresi è più vicina Milano anche se più lontana. Da Voghera a Pavia magari ci si viene a studiare o lavorare, anche tutti i giorni, altrimenti il capoluogo è come se non esistesse.
Quelli di Voghera hanno Valentino, Arbasino, ma anche Bolchi regista degli sceneggiati TV che nella seconda metà degli anni '50 hanno disvelato agli italiani i grandi della letteratura e, più indietro nel tempo, Bandirola con la sua Gilera e l'amata scrittrice Carolina Invernizio, 123 romanzi pubblicati, messa all'indice dal Vaticano.
Senza scordare "la munsesa" regina delle ragazze in esposizione della via Mazza Dorino (luogo cult della prostituzione, sopravissuto ancora per qualche tempo alla legge Merlin) a suo modo antesignana della "casalinga di Voghera" assurta a interprete del pensiero dell'italiano medio.
Chi può vantare Pavia di altrettanto internazionalmente famosi?

Ora l'amico Giorgio Boatti scrive, su "la Provincia", "Se a Pavia la bellezza è andata via" e il rettore Rugge replica con "La bellezza di Pavia, cinque modi per esaltarla". Un garbato rimpallo tra due signori per bene che sarebbe da maleducati stroncare. Inoltre, anche se "uno vale uno", come diceva una volta Grillo, chi sono io per intervenire?
Però, da trapiantato a Pavia dal lontano '68, sinceramente tutta 'sta "bellezza" a Pavia non l'ho mai vista. Francamente non mi è neppure chiaro in quale accezione sia stato usato il termine "bellezza".
Sicuramente, dal punto di vista architettonico, Pavia è assai pregevole, a parte i crimini edilizi perpetrati. "È la città del romanico, delle vie e viuzze a trama medievale, dell'acciottolato, del fiume, delle torri svettanti, dei segreti tesori artistici." Scrive Rugge. Un po' scontato, ma vero.
Peccato che stretti e contorti come le "viuzze a trama medioevale" siano i pensieri dei pavesi.
Si parla da sempre di turismo, scienza e saperi. Cambiano le amministrazioni e i colori politici quantunque sempre più sbiaditi e la solfa resta sempre la stessa.
Intrecci d'affari in salsa massonica sono la vera vocazione cittadina. I pavesi comuni restano vittime più o meno ignare e sacrificali di chi a Pavia conta davvero e si muove nei meandri dell'Università come delle cittadelle sanitarie siano esse di antica o nuova fattura. Chiuse le industrie, esaurito il filone produttivo restano i fasti e nefasti di un terziario generalmente arretrato e della sempre rampante speculazione edilizia.
A sì c'è anche il commercio, il vortice oscuro dei mille negozi dai prezzi assurdi che aprono e chiudono in rutilante fantasmagoria. E i bar, gli innumerevoli ristoranti cinesi e non cinesi, gli improponibili prezzi di case ed affitti, la vituperata - dai benestanti residenti - movida dei giovani, unica cosa in movimento in una città fantasma, le notti bianche con cibo scadente, le bancarelle, sempre tristemente uguali, i fuochi che decretano, dopo l'intermezzo dell'Autunno pavese, l'inizio del letargo invernale.
Altroché assessorato alla felicità, annunciato dall'ultimo neosindaco! Un significante senza significato, un po' come la bellezza. Ma non è colpa del sindaco. Questa è Pavia.
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