10.8.12

La fine del mondo che conosciamo

Qualche sera fa ho visto scorrere alcuni fotogrammi del film The road tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Mi è tornato intero alla memoria il romanzo, bello e "deprimente" come pochi (fa il paio con Cecità di José Saramago).

Non amo particolarmente il genere apocalittico - la cui prima e per certi versi insuperabile matrice sta proprio nella Bibbia. Ancor meno mi appassionano gli zombi in tutte le loro varianti. I cadaveri ambulanti in putrefazione mi dicono assai poco a parte, forse, nei "divertenti" film cult di Romero.

Mi intriga maggiormente il genere post-apocolittico. A catastrofe avvenuta i sopravissuti devono fare i conti con una realtà che non ha più nulla in comune con la vita così come la conosciamo. Le reazioni individuali, la lotta estrema per la sopravvivenza, gli sforzi di adattamento, l'aggregarsi e aggrapparsi a minime speranze spesso frustrate dai fatti, il cedere, il lasciarsi andare o il rialzarsi per proseguire, già di per sé fiducia nel futuro, sono temi metaforici di carattere universale.
Ad altri livelli, tutti noi affrontiamo e ci confrontiamo con analoghe tematiche esistenziali, già nel nostro mondo pre-apocalittico.
In tempi di crisi, mutamenti climatici, disastri ambientali, incapacità di far fronte comune, la catastrofe sembra incombere. Paure pesanti per un futuro sempre più incerto, lasciamo poco spazio alla speranza, mentre gli squali dell'economia divorano quel poco che resta delle sicurezze collettive.
Non è un caso dunque se fiorisce una letteratura in questi termini (vedi It’s the End of the World as We Know It). Una letteratura, ma anche film e serie televisive nelle quali gli americani sono maestri.

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