13.6.15

Umberto Eco. Una polemica senza capo né coda



Anche il vecchio Umberto perde colpi.
Rincresce vedere una bella mente ridotta a collezionare lauree ad honorem (una quarantina, pare) e sparare saccenti banalità "accademiche" col tono sufficiente di chi all'osteria, nel lontano '900, tra un bicchiere e l'altro, faceva valere la sua riconosciuta autorità intellettuale anche su argomenti che non si era preso la briga di approfondire più di tanto.
La canea degli "imbecilli" della rete ha fatto il resto amplificando le ovvietà del professore distorcendone il "messaggio".
Pochi si sono presi la briga di "andare alla fonte" ascoltando i tredici minuti di risposte a ruota libera di Eco alle domande un po' idiote dei giornalisti. Ci si è limitati a schierarsi pro o contro rimbalzando tra i titoli giornalistici che hanno amplificato i giudizi sugli utilizzatori della rete tacendo sulla sottolineatura all'incapacità dei giornali all'uso della stessa.
Eco ha ripetuto cose che si dicevano già una ventina d'anni fa nei convegni sulla comunicazione sui pregi e rischi della rete.
Peggio. Ha ribadito, quasi fosse d'attualità, quello che già allora gli insegnanti più preparati si assegnavano come compito rispetto agli studenti: trasferire un atteggiamento consapevolmente critico nei confronti della conoscenza anche nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.
Preferisco ricordare l'Umberto Eco battagliero e convincente dei "Pampini bugiardi" quando si scagliava contro i libri di testo in quanto "stupidari" da abolire in nome appunto di una educazione critica, in simpatetica connessione ideale con il collettivo genovese di "Io e gli altri" che, quantunque ancora in forma cartacea, andava costruendo una specie di ipertesto ai quali i computer, dal mitico Commodor 64 in avanti, avrebbero dato forma compiuta e inimmaginabili possibilità di sviluppo.
Era la strada battuta anche da Francesco De Bartolomeis che, nella stessa Torino dove si è laureato Eco per la prima volta, insegnava una pedagogia rivolta al futuro in sintonia con il Movimento di Cooperazione Educativa che contribuì non poco ad aprire il territorio della speranza in una scuola migliore anche in zone sperdute come Vho [1] e Barbiana [2].
Una strada impegnativa ed osteggiata ora quasi completamente abbandonata.

[1] Mario Lodi, C'è speranza se questo accade al Vho
[2] Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa

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