8.11.15

L'uso inflazionato della parola "mafia" e l'"Io so. Ma non ho le prove"

Perché non istituire un bel processone in stile "Mafia capitale" e titolarlo "Mafia Vaticano" (e perché non chiedere, en passant, le dimissioni di papa Bergoglio che come Marino non ha saputo fermare la corruzione intorno a lui?).
Perché non domandarsi come mai processoni come "Stato-mafia" finiscono in niente con l'assoluzione degli imputati (prima l'ex generale dei carabinieri Mario Mori ora l'ex ministro Calogero Mannino) dopo anni di indagini?
Forse perché il sensazionalismo in salsa disinformatica è l'unico interesse reale dei media. Forse perché ci sono magistrati più interessati alla propria visibilità mediatica che alle prove reali ed altri più interessati a far loro le scarpe, magari aiutando amici potenti, che alle prove accumulate?
Non lo sapremo mai. O magari, come scriveva Pasolini in tutt'altro contesto e in una Italia che non c'è più nella forma (ma che resta uguale a se stessa nella sostanza) "Io so. Ma non ho le prove".
Ma sì. Che la chiesa, da sempre, intrallazzi fottendo poveri e creduloni e che i "principi della chiesa" amino il lusso e vivano da "faraoni" è cosa risaputa da tutti coloro che non vogliono nascondere, per interesse, fede o quant'altro, la testa sotto la sabbia.
È altrettanto risaputo come Roma sia stata nel corso della storia, e continui ad essere, un centro di corruzione permanente - e delinquenza di basso ed alto profilo - per l'intreccio tra potere politico, economico, giudiziario e religioso.
Adesso vogliamo chiamare questo intreccio "mafia"? E sia (quantunque classicamente "mafia" presupponga un controllo territoriale contrapposto allo Stato e si configuri come forma caratteristica di organizzazione criminale socialmente radicata in aree geografiche ben definite).
Poco importano le etichette.
Il fatto è che chi sa non dice - o dice quello che fa comodo dire - e chi è tagliato fuori presuppone, immagina, intuisce, comprende per quel che vede accadere, ma non ha prove. Quelle appunto dovrebbero fornircela gli inquirenti nell'ambito della "certezza del diritto". Invece si accavallano sentenze contrastanti, probabilmente tutte ineccepibili sul piano strettamente giuridico, ma che creano soltanto confusione e rabbia nella testa del cittadino qualunque che sfoga livori e false certezze sui social network.
Ben vengano dunque le rivelazioni che aprono uno spiraglio sul marcio dei potenti - con buona pace di coloro che invocano galera, e peggio, per chi svela verità nascoste.
Poco importa se anche costoro appartengono al circo mediatico e ne traggono profitto.
È sempre preferibile un pamphlet di denuncia corredato da documenti e intercettazioni a chi tace coprendo con il silenzio realtà risapute, ma indimostrabili, per far cosa grata a chi comanda.
Più dura da accettare semmai è la consapevolezza che, per quanto il re sia nudo, ben poco si riesca a scalfire la granitica costruzione del potere.

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