14.11.15

Parigi, pregare non serve e neppure invocare la guerra. C'è già.

Scrivo perché il massacro di Parigi ha colpito me come tutti e ho bisogno di riordinare i miei pensieri sulla carta.
L'emotività scatenata dall'evento è comprensibile e la condivido.
Parigi, cuore dell'Europa, considerata dagli attentatori "la capitale dell'abominio e della perversione". Un concerto, uno stadio, ristoranti, venerdì sera: quasi 150 morti e oltre 200 feriti.

I 224 morti dell'aereo russo schiantato sul Sinai il primo novembre, probabilmente a causa di un attentato, non hanno fatto la stessa impressione.
Men che meno qualcuno ha perso il sonno per i 41 morti e oltre 200 feriti dei due attentati Is a Beirut il giorno precedente all'evento parigino.
Lo stesso si può dire per migliaia di altri morti, vittime di attentati e guerre in medioriente e in ogni altra parte dl mondo o per i deceduti nel tentativo di sfuggire a guerre, persecuzioni o insostenibili condizioni d'esistenza.
I morti, si sa, non sono tutti uguali. Hanno pesi diversi in base alla provenienza, al colore della pelle, alle appartenenze sociali, nazionali, etniche, religiose.
La Strage di Beslan (fra il 1° e il 3 settembre 2004 nell'omonima scuola dove si contarono ufficialmente 386 morti - dei quali 186 bambini - e oltre 700 feriti) o quella dell'ottobre 2002 nel teatro Dubrovka di Mosca, per certi versi simile a quella di ieri sera a Parigi, (dove perirono 129 ostaggi e 33 sequestratori) sono ormai ricordi lontani.
Se poi gli attentati hanno caratteristiche da film catastrofico in location eccezionali (primo fra tutti quello dell'11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York, ma anche quelli di una decina d'anni fa alla metropolitana londinese e alla stazione Atocha di Madrid) o una copertura mediatica internazionale come ieri sera a Parigi, l'impatto emotivo rasenta l'isteria.
Tutte le volte i mezzi di comunicazione si riempiono degli stessi ritornelli e ripetono analoghe liturgie. Inevitabile.
Poi, a paco a poco, tutti dimenticano tranne, ovviamente, i direttamente o indirettamente colpiti.

Quello che il tempo non cambia è l'atteggiamento delle potenze economiche e militari che con i loro imperdonabili errori politici, tattici e strategici (quando non con palesi falsità finalizzate a interventi armati sostenuti dalla puerile motivazione "dell'esportazione della democrazia") hanno determinato le condizioni di quanto sta accadendo.
E altrettanto immutato resta il fanatismo delle contrapposte religioni (esempio significativo il comunicato riprodotto) in nome di un dio che non c'è ma, se ci fosse, dovrebbe per prima cosa liberarsi dei sui troppo zelanti ministri e sostenitori.
Anche ciascuno di noi continua ad avere la sua parte di responsabilità per i politici che si sceglie in rappresentanza quando ha ancora l'apparente opportunità di farlo.
Piccola, però, sempre più piccola in questi regimi che ci ostiniamo a considerare "democratici" quando in realtà non sono altro che oligarchie economiche.





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