24.5.06

Un ministro a Barbiana

Fioroni Giuseppe, 1958, laureato in medicina, democristiano, scout, ex sindaco di Viterbo, ex responsabile sanità del Partito Popolare e dipartimento Enti Locali nella Margherita (margheritaonline.it)... Cosa c'entra con l’Istruzione? Fabio Mussi, il “compagno Seboso” di lontane vignette angesiane, neo ministro dell’Università e Ricerca, si capisce di più. Ma si sa: le esigenze poltroniere hanno fatto si che il ministero unificato della Moratti si disgiungesse. Non è questo il punto. È il background di Fioroni a lasciare perplessi. Come la pensa su alcuni argomenti viene fuori dalle sue prese di posizione. Non sembra che di scuola si sia mai occupato. L’istruzione non è un fatto solo politico. Come l’economia è anche una questione tecnica. Non sono un sostenitore a tutti i costi di ministri “esperti”, ma un po’ di competenza è giusto che l’abbiano. Tuttavia non sarebbe la prima volta che una persona apparentemente inadeguata si comporta meglio di altri più preparati. Vedremo.
Per il debutto Fioroni è andato a Barbiana, in omaggio a Don Milani, non so se perché cattolico o per conoscenza della sua pedagogia. Se così fosse dovrebbe prendere la non-riforma Moratti e, come ha fatto a suo tempo la signora Letizia Brichetto con la precedente legislazione, abrogarla in un solo comma. En passant ricordo che a tal scopo sono già state raccolte oltre 65000 firme (leggepopolare.it).
Don Milani è stato – oggi molte cose sono cambiate – un esempio solo per pochi “pericolosi rivoluzionari”. La scuola di quel periodo era quella da lui denunciata in Lettera a una professoressa. Per il Priore di Barbiana, finito lì per punizione, ubbidire non era una virtù e infatti fu sempre inviso alle gerarchie ecclesiastiche. Convinto che bisognasse dare più “parole” a chi ne ha di meno per potenziare la capacità di produrre concetti, era un esponente di quella pedagogia per gli oppressi che non è mai piaciuta molto ai ceti dirigenti.
Avere più parole significa comprendere ed esprimersi, cioè generare pensiero critico che è sempre, almeno in parte, relativo e divergente. Chiedersi il perché degli eventi, indagare senza pregiudizi, cercare risposte non preconfezionate da altri, deviare dagli schemi comportamentali largamente condivisi tenendo fede ad un proprio rigore intellettuale e morale sono indicazioni che molti potrebbero avallare, però quasi nessuno segue. Se praticate in larga scala minano alle fondamenta il principio d’autorità di chi detiene il potere – economico ed ideologico – e vuole continuare indisturbato a compiere scelte che sempre riguardano tutti anche quando i beneficiari sono pochi. La finanza come il calcio, l’industria culturale, la politica e quant’altro non cercano condivisione, ma solo cieco consenso e l’ottengono con il monopolio della comunicazione e dell’informazione. Il bombardamento mediatico di modelli standardizzati abbassa la capacità di accedere alla parola anche se, oggi come non mai, la tecnologia permetterebbe a chiunque di prenderla. Così il cerchio si richiude. Don Milani e tutti gli educatori che credono nel valore sovversivo della conoscenza sono ben lontani dall'aver vinto la loro battaglia.

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