11.12.09

Mi vergogno di essere italiano e non voglio avere un premier con le palle


Purtroppo non ho mai pensato che la giustizia fosse davvero uguale per tutti. La storia è lì a dimostrare come ricchi e potenti abbiano sempre avuto, in un modo o in un altro, un rapporto privilegiato con le leggi. Non si spiegherebbe altrimenti il reverente timore per i tribunali, maggiore per chi è povero ed innocente che per chi è colpevole. L'uguaglianza è un principio in divenire al quale è giusto aspirare e più lo si avvicina, più ci si rallegra. In Italia per tutti i lunghi anni di governo democristiano la magistratura non ha mai brillato per indipendenza dalla politica. Del resto in uno stato di diritto, qui come altrove, potere legislativo, esecutivo e giudiziario convivono in un delicato equilibrio. La loro separazione è garanzia di democrazia e solo eccezionalmente divergono fino ad entrare in contrapposizione. Quando accade i rischi di dittatura da parte di qualcuno che avoca a sé tutti i poteri in nome di una investitura divina o popolare sono alle porte.
Le prerogative del Parlamento che Fini - vuoi pure per peloso interesse - tenta di difendere, sono già state ampiamente compromesse da leggi elettorali "porcata" per cui gli attuali eletti devono i loro privilegi ai capi dei partiti che li hanno scelti. Mancando di investitura popolare mancano anche di indipendenza. Avveniva anche in passato, ma con meccanismi meno spudorati. Il sistema elettorale proporzionale ha sempre garantito, rispetto al maggioritario, una superiore tutela delle minoranze (sparite in Italia). Berlusconi, brutalmente, considera il Parlamento una inutile perdita di tempo e giustifica l'assenza dei suoi parlamentari dalle sedute con l'incredibile asserzione che "hanno da lavorare" per le loro individuali professioni.
Dunque, mancando di reale indipendenza il potere legislativo del Parlamento, chiamato a votare leggi a scatola chiusa, col ricorso ripetitivo al voto di fiducia, non dovrebbe meravigliare più di tanto che la Corte Costituzionale, organo preposto alla valutazione circa la costituzionalità delle leggi, si pronunci in maniera sfavorevole, dal momento che tali leggi infrangono palesemente i principi costituzionali.
Questo lungo e "palloso" preambolo ha il solo scopo di far risaltare i pericoli che gli attacchi alla magistratura sottendono. Un capo di governo che dice e fa quello che fa e dice Berlusconi giustifica implicitamente le parole di un individuo come Fabrizio Corona, reuccio del gossip nostrano, il quale di fronte ad una condanna per una storiaccia di ricatti fotografici dichiara «Non me ne frega un cazzo di fare il carcere. Quel che c’è scritto in tribunale - La legge è uguale per tutti - è una grandissima stronzata. Non ho fiducia nella legge. Viviamo in un paese di merda. Mi vergogno di essere italiano. E non è che me ne vado perché scappo. Me ne vado perché in questo paese non ci voglio vivere. Ripeto: mi vergogno di essere italiano»
Come lui tutti coloro che, a torto o a ragione, vengono condannati possono dire lo stesso. Se il disprezzo per i giudici è alimentato, per interessi personali, da chi sta ai vertici dello Stato non si può pretendere comportamenti dissimili da tutti gli altri.
Quanto afferma il Corona, uno che ritiene di "aver le palle" né più nè meno del Berlusconi, è un misto di banalità. Potrebbero anche avere fondamento, se motivate. Perché non si ha fiducia nella legge, si vive in un paese di merda, ci si vergogna di essere italiani, si vuole andare a vivere all'estero?
All'ultimo quesito - e nella sostanza anche ai primi due - ben risponde l'articolo "Figlio mio, lascia questo Paese".
Al penultimo la mia risposta è semplice: non si può che vergognarsi ad avere come connazionali personaggi dello stampo dei Corona e dei Berlusconi, campioni d'ignoranza, tracotanza e spocchiosità, eppure ammirati ed osannati da tanti. Unica differenza tra i due: il primo ha avuto una condanna, l'altro cerca disperatamente di evitarla.

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