14.4.15

Libri e scrittori. Sono morti Galeano e Grass. Altri pezzi del novecento che se ne vanno.


Quando Feltrinelli pubblicò Il tamburo di latta avevo 15 anni e leggevo avidamente tutto quanto mi capitava a tiro.
Avevo appena terminato con entusiasmo Un ermellino a Cernopol di Gregor Von Rezzori, nella telata Medusa di Mondadori, non so più bene come finitomi tra le mani.
Quel librone di un autore sconosciuto, nella vetrina della libreria, per qualche ragione mi attrasse e fu uno dei primi libri da me comperati autonomamente, così, senza un vero perché.
Günter Grass non era un autore noto e io non avevo l'età, né per sapere di lui né per poter apprezzare il suo libro. Eppure fu in qualche modo un romanzo fondamentale per la mia formazione.
Mi appassionai alle stranezze dei personaggi e delle situazioni. La nonna con le sue gonne sovrapposto sotto le quali nascose il fuggiasco che diventerà il nonno di Oskar, il protagonista che, scrivendo su una risma di fogli, mi ispirerà a fare altrettanto, procurandomi il primo pacco di fogli, ruvidi e giallini, sul quale scarabocchiare qualcosa.
Tutto l'impianto narrativo mi sembrò meraviglioso. Così doveva scrivere uno scrittore e da qual momento avrei voluto essere anch'io scrittore.
Non ricordo quasi nulla della trama del romanzo e la metafora dei contenuti non era allora alla mia portata.
Il Tamburo di latta non l'ho mai riletto, come ho fatto per tanti altri testi affrontati prematuramente.
Mi hanno accompagnato le sensazioni che Oskar mi ha passato da quando a tre anni ricevette in regalo dalla madre il mitico tamburo, rifiutandosi da allora di crescere (per ricominciare a farlo molto più tardi in circostanze tragiche), fino alla clinica psichiatrica nella quale, ricoverato, scriverà la sua storia.
Ho letto tutti i successivi libri di Grass, senza mai ritrovare la magia del Tamburo di latta.

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