3.11.11

La vita, non la borsa! Ma la Tobin Tax resta un miraggio e il G20 non ci salverà

Warren Buffett, secondo la rivista Forbes il terzo uomo più ricco del mondo. Furbescamente sostiene che i ricchi devono pagare più tasse, non meno degli altri come accade ora

Con tutta evidenza nessuno ci capisce niente sui perché dell'ottovolante borsistico.
Le ragioni che di volta in volta vengono date per i su e giù sono contraddittorie e se qualcuno, più bravo o capace di condizionarne gli andamenti, sa come davvero stanno le cose, non ce lo dice.
Fatto sta che al "popolo", della Borsa, non frega niente. Sono le conseguenze dello spregiudicato gioco economico planetario - una roulette dove a guadagnare veramente è sempre il solito banco - a spaventare. "E io pago" direbbe Totò nelle vesti del "popolo" bue.
"Parco buoi", del resto, vengono definiti in Borsa anche i piccoli investitori, quelli che rimangono sempre con il cerino in mano quando tutti i furbi se ne sono sbarazzati.
Noi, popolo bue, il 99% della popolazione, dovremmo averne piene le palle di dipendere da quell'un per cento che sta distruggendo il mondo.
Questo il senso di chi dice "Basta!". Mettere la vita prima della borsa, il popolo prima della finanza.
Forse sarebbe bastato - e basterebbe - introdurre la Tobin Tax (dal nome del premio Nobel per l'economia James Tobin, che la propose nel 1972, quarant'anni fa!) per migliorare significativamente le cose.
Così le transazioni sui mercati valutari serebbero modicamente tassate per stabilizzarli e le speculazioni valutarie a breve termine, penalizzate. Il ricavato della tassa - centinaia di miliardi di euro ogni anno - permetterebbe di combattere la povertà e i cambiamenti climatici. Contribuirebbe anche a ridurre la speculazione finanziaria e a ridistribuire le ricchezze.
Al G20 non se ne farà nulla, statene pur certi.

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