4.3.09

Scuola. Troppa voglia di usare il bastone

Qualche giorno fa centosessanta persone si sono ritrovate nell’aula magna dell’università di Pavia ad ascoltare Franco Frabboni, noto pedagogista. Inevitabilmente mi sono ritrovato d’accordo sull’excursus di quarant’anni di buone pratiche pedagogico-didattiche e sugli impietosi attacchi all’attuale politica scolastica governativa. Eppure una certa fiducia nella capacità della scuola a superare, nonostante tutto, anche questa bufera mi lascia perplesso.

Intanto non è così vero che l’istituzione scolastica sia stata, sia e sarà migliore della società che l’esprime. A scuola le “buone pratiche” hanno sempre convissuto con le mediocri e le pessime. Se a un certo punto anche la pedagogia ufficiale si è attestata su posizioni “avanzate” condividendo con la didattica e la psicologia la centralità della persona in un contesto educazionale ricco di stimoli ciò non significa che questa tendenza (né di destra, né di sinistra, si badi bene) abbia permeato di sé tutta la pratica educativa.


L’assegnare all’istruzione solo una parte strumentale all’interno del più vasto e complesso processo formativo è stato vanto di molti docenti, in particolare nella scuola primaria, ma non di tutti e forse neppure della maggioranza. Molti hanno perseverato nel “tenere fuori dall’aula” l’alunno con tutti i suoi bisogni continuando a riempirne la testa con nozioni esauste, spesso obsolete, e frustrandosi sempre più man mano che s’imponeva la necessità di un nuovo modo di procedere. Il tempo pieno e la distribuzione delle competenze educative in équipe d’insegnanti paritetici è stato di grande, reciproco aiuto.


Ora si va in controtendenza. Nonostante le proteste e le manifestazioni che hanno coinvolto un vasto fronte di studenti insegnanti e genitori, cifre pubblicate sui giornali dicono che “nelle superiori il 72% degli studenti non ha tutte sufficienze e quasi 35mila ragazzi non hanno avuto la sufficienza per il comportamento”. Ciò significa non soltanto una passiva accettazione dei docenti del ritorno al passato, ma un uso attivo di strumenti la cui efficacia didattico-pedagogica è stata smentita dalla stragrande maggioranza degli studiosi in materia.


È ben vero che nelle iscrizioni alle elementari l'80% sceglie le 30 o 40 ore bocciando così il vecchio maestro unico delle 24 ore, ma non so fino a che punto questa sia una scelta pedagogicamente consapevole e non risponda piuttosto alla necessità di avere un luogo fisico accudito dove lasciare il più a lungo possibile i figli in questa fascia d’età. Inoltre nessuno sa come si potrà far fronte a queste richieste nel totale marasma di indicazioni e controindicazioni. Si naviga a vista e quella che sarà la scuola primaria dei prossimi anni è un mistero anche per chi vi opera giornalmente.


La sensazione a pelle è che la situazione peggiorerà vistosamente non potendo fare affidamento all’infinito sulla disponibilità degli insegnanti a coprire le falle sempre più larghe aperte dalla insufficienza del personale a disposizione per orari prolungati oltre le 24 ore. Inoltre l’aver ribadito comunque l’unicità di un solo maestro su tutte le materie principali - eliminando anche ogni compresenza - non può che ridurre al minimo l’offerta formativa. Perché un insegnante dovrebbe farsi carico di tutte le materie con lezioni da preparare e quaderni da correggere mentre un altro si limiterebbe ad assistere quegli scolari parcheggiati al pomeriggio (tra l’altro neppure sempre gli stessi)?


Ha un bel indicare Frabboni i Freinet e i Ciari pilastri dell’educazione. Mi è capitato nel corso di troppi anni di citarli a docenti che mi guardavano con lo sguardo assente di chi non ne ha mai sentito parlare. Anche Don Milani è conosciuto più per sentito dire che per diretta frequentazione dei suoi scritti. Abbiamo asili nido e scuole materne comunali d’eccellenza, grazie a passati investimenti in aggiornamenti con Loris Malaguzzi e i suoi discepoli, ma nei dintorni non mancano asili dove si assegnano giornalmente stelline di merito da consegnare ai genitori. Rossa a chi e stato “cattivo”, verde a chi è stato “bravo”, in perfetto stile gelminiano.

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