20.4.13

Il Presidente, la politica e il WEB

Tra i drogati di politica sono giorni di fibrillazione. Ma anche un pubblico più vasto del solito segue in rete queste elezioni presidenziali italiane. Fa la differenza e soltanto i vecchi politici sembrano non averlo capito. I giornalisti poi, più che non capirlo, si comportano come gli struzzi. Nascondono la testa lasciando fuori il culo (e con quello sembrano ragionare).

In teoria il Presidente della Repubblica, in Italia, ha scarse prerogative. È di rappresentanza. Così almeno ci spiegavano a scuola.
Era vero ai tempi di presidenti scialbi come Leone, fermi al fare scaramanticamente le corna di fronte agli eventi.
Ora molto è cambiato e Napolitano, Il Morfeo del colle come qualcuno lo definiva, ha dovuto darsi una mossa, volente o nolente, riscoprendo nella carica prerogative inesplorate.

Da Pertini in poi sembra esserci un rinnovato interesse per la figura del Presidente. Ora si ha anche la sensazione che i suoi poteri, volendoli utilizzare, siano maggiori di quanto si credeva.
Non siamo certo una repubblica presidenziale, e magari non è auspicabile diventarlo. Piuttosto una elezione diretta del Capo dello Stato potrebbe avere un senso.
Ma questo perché è il Parlamento che si sta sempre più sputtanando.

L'altra novità è il tam-tam dei social network che martellano ai fianchi gli eletti al Parlamento, almeno quelli più giovani e sensibili. Soltanto la Finocchiaro, e quelli come lei irrimediabilmente fuori dal mondo, possono permettersi di dire che "la base" non l'ha sentita. Un po' come Napolitano che non aveva sentito il boom di Grillo.

Berlusconi magari non sa neppure accendere un computer, ma ha la capacità di ascoltare chi lo sa fare e tenerne conto. E indubbiamente sa usare la TV (che resta ancora il mezzo più potente di condizionamento di massa) come nessun altro.

Emblematica la figura di emme che ha fatto fare a Santoro e Travaglio, in casa loro, durante la campagna elettorale, guitteggiando indegnamente. Se poi si aggiunge che imperversa indisturbato per ore e ore sulle sue TV private, come sulle reti pubbliche, si spiega buona parte del suo assurdo successo.

La rete però sta lentamente diventando fondamentale anche in Italia.
Grillo ha avuto il fiuto di affidarsi ad uno che sa usarla (Casaleggio) e i frutti si sono visti.
Ha organizzato virtualmente una quantità di gruppi incazzati e motivati che aderendo alle realtà locali si sono fatti conoscere anche fisicamente nei banchetti sulle strade e nelle iniziative territoriali. Questo ha prodotto la differenza.

Grillo è poi un animale da palcoscenico e ha capito come, facendo delle piazze d'Italia la ribalta dei suoi spettacoli elettorali, avrebbe raggiunto anche molti che il Web non lo praticano.
Per il resto deve ringraziare i media tradizionali, giornali e TV, volutamente snobbati, che hanno ininterrottamente parlato di lui e mandato in onda spezzoni dei suoi interventi pubblici.

In tal modo è stato visto e sentito anche da coloro che non accedono ad Internet (e ce ne sono ancora tanti purtroppo, a causa del digital divide) e da quelli che in rete ci vanno solo per tenersi in contatto con gli amici, comprare cose, prenotare viaggi, giocare, cazzeggiare, vedere porno, scaricare musica et similia.

Il vecchio gruppo dirigente del PD invece sembra snobbisticamente lontano da queste pratiche. Se la suona e se la canta in riunioni nel chiuso di stanze ovattate, nella convinzione che in pochi si prendano le decisioni che contano.

Non è che sia del tutto falso.
Considerando che le sorti del mondo sono nelle mani di qualche decina di individui, è così che si fa dove davvero si esercita il potere determinando l'andamento dell'economia e della politica.
Ne consegue che l'esistenza di milioni di persone viene decisa nell'indifferenza per la dignità e le sofferenze dei più.

Ma il PD, nonostante l'esultanza di Fassino quando pensava di essere entrato in possesso di una banca, non è un consiglio di amministrazione. Bene o male dipende dai suoi elettori e le parole senza fatti non sono più sufficienti a tener buoni milioni di persone che accedono ad un numero sempre maggiore, e poco controllabile, di strumenti di comunicazione.

Il politico deve saperlo. Obama è un buon esempio in merito. Il suo successo è un mixaggio di abilità comunicativa, banalità ad effetto tipicamente americane, progetti politicamente rilevanti e tentativi veri di attuarli.
Spesso fallisce la prova dei fatti, come nel sforzo di restringere, per quanto blandamente, la libera vendita di armi, ma dà comunque la sensazione di averci creduto e provato.
Anche dietro il suo successo ci sono esperti della comunicazione. Eppure, come si è visto, non è sufficiente lo stesso spin doctor per fare di Monti un Obama.

I nostri politici invece sembrano impegnati soltanto a coltivare i loro personali interessi e il limitato orticello del loro individuale potere. Si inciuciano o si scannano, però mai per il bene di chi li ha eletti. Ora il gioco non regge più.

Magari, nel PD, D'Alema o qualcun altro riuscirà ancora a giocarlo per un po'. In fondo la lunga pratica li ha resi abili a galleggiare sulle rovine da loro stessi create, ma é finita. Nuove generazioni stanno affacciandosi e per quanto reclutino per lo più personaggi mediocri, magari giovani all'anagrafe, eppure nati già "vecchi dentro",  hanno perso ogni residua credibilità.

Il '900 è definitivamente tramontato e le questioni sul tappeto della storia - che bisogna conoscere a fondo! - sono diverse o comunque si presentano con nuove caratteristiche e vanno trattate con altre metodologie. È cambiato il paradigma culturale.

Il problema non è l'età dei protagonisti in campo, ma la consapevolezza che rifarsi ad un passato immobile non ha più alcun senso. Ecco perché, al di là dei meriti o demeriti personali, ancorarsi a personaggi come Marini, Prodi, D'Alema e tanti altri, anche se più giovani, non porta lontano.





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