26.5.13

La lettera del gay diciassettenne e i diritti dei "diversi"


Non sarà importante, ma più rileggo la lettera del gay diciassettenne a La Repubblica, più dubito della sua autenticità. (Io, gay a 17 anni chiedo solo di esistere)
Prima di tutto è una questione di linguaggio. I vocaboli, la costruzione della frase, il tono, fin dal "Caro" direttore iniziale, sono poco tipici di un adolescente.
E poi: "esponente di destra", "eclatante", "sugli scalini della famosa chiesa", "manifestare il proprio disappunto", "gesto vano di un folle", "siamo destinati a scomparire, anche se abbiamo riscritto i libri di storia", "opporsi all'evolversi di una società", "sopravvalutazione delle proprie forze", "la cultura italiana rabbrividisce al pensiero", "società troglodita", ecc.
Ma più che altro quella quasi excusatio non petita relativa alla sfortuna di essere gay, pur "senza vizi o depravazioni", rispetto "alla fortuna di nascere eterosessuali", l'insistere sul fatto di considerarsi "solo sfortunati partecipi di un destino volubile".
Non so, un ragazzo di diciassette anni non si esprime così.
Ricorda un po' le letterine che gli insegnanti fanno scrivere dagli alunni ai giornali, grondanti delle loro idee più che di quelle dei ragazzini, e anche dei loro costrutti verbali.
Comunque poco importa l'autenticità della lettera.
Ciò che conta sono i di diritti civili che in questo paese mancano. Mancano disperatamente mentre monta sempre più ogni giorno il razzismo in ogni sua forma.
Perché razzismo non è soltanto il disprezzo rivolto a "razze", ebrei, zingari, neri di pelle (termini generici che indicano etnie diverse), ma anche a categorie di persone: gay, lesbiche, transessuali, o semplicemente "donne" (per le mentalità sessiste), handicappati fisici o mentali e, non ultimi, comunisti e puttane
Tutti i "diversi" insomma che criticamente si oppongono con atti e parole alle "norme" ottuse della società.

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