12.1.11

Qualche considerazione su Fiat, Marchionne e i lavoratori


Berlusconi vale 11490 operai Marchionne soltanto 435 titolavo un post a giugno di quast'anno.
Ora per Marchionne ha rifatto i conti Mucchetti (Marchionne e lo stipendio del dipendente Fiat) e, se dice il vero [perché dubitarne visto che è pubblicato dall'"autorevole" Corriere che non brilla certo per opposizione a Marchionne) il CEO Fiat guadagna ben 1.037 volte il suo dipendente medio.
Vogliamo menarne scandalo? Da sempre i "padroni" sfruttano. Non a caso, chi più chi meno, si arricchiscono.
I moderni CEO assunti per guidare grandi imprese, banche e quant'altro, hanno esattamente la "missione" di garantire guadagni agli azionisti (i padroni appunto). Se falliscono kaput, finiti. Inevitabile che si tutelino accumulando enormi somme in breve tempo, tali da assicurare vite da nababbi a sé stessi ed indefinite generazioni future di figli e nipoti. Più restano, poi, meglio è.
Dunque se lo stipendio di Marchionne era "soltanto" 435 volte maggiore di quello di un suo operaio, con le stock option [uno dei famigerati strumenti derivati della finanza, nello specifico opzioni su azioni regalate o con diritto di acquisto ad un prezzo inferiore a quello di mercato che offrono la possibilità di realizzare enormi plusvalenze] sale a 1037 volte.
Ora il problema non è che "Marchionne insulta ogni giorno il Paese" come accusa Il leader della Cgil Susanna Camusso e neppure che per via della globalizzazione conviene produrre automobili altrove. Dell'Italia alla Fiat non è mai fregato niente se non "nella misura in cui", come si dice, ne traeva un profitto. I discorsi sul "patriottismo aziendale" valgono meno di zero, interessano poco e servono solo a riempire ore di trasmissioni televisive e pagine di giornali sollevando cortine fumogene. Assai banalmente se il costo di fabbricazione di una automobile (rispetto alla quale il salario dell'operaio è piccola parte) sarà inferiore in Italia (e questo dipende anche dalla produttività di ogni singolo lavoratore) Marchionne resterà, altrimenti andrà altrove. Ciò che conta esclusivamente, per Marchionne, è che alla fine di ogni anno, in un modo o nell'altro, il valore del suo gruppo (compreso il 25% in Chrysler), cresca e il dividendo azionario soddisfi i padroni. Fiat - e ancor più gli operai Fiat - sono solo parti del tutto.
Giusto? Certo che no! Per questo fanno bene quelli della Fiom a resistere. Perderanno? Quasi certamente. Di sconfitte è piena la storia dei sindacati dei lavoratori. Ma che gli intransigenti a Mirafiori vincano o perdano cambierà ben poco. Il loro destino non è nelle loro mani.
Proprio l'aspirazione a riprendere in mano le proprie sorti, rivoluzionando i rapporti di produzione, aveva prodotto quei movimenti di massa in grado di migliorare le condizioni della "classe lavoratrice" [Ndr: una rilettura, per quanto "critica", del Manifesto di Karl Marx farebbe bene a molti]. Oggi le cose sono molto più complicate. Tutti hanno qualcosa di più da perdere che le proprie catene, ma abbandonare posizioni giorno dopo giorno, anno dopo anno ha prodotto un esercito di precari senza diritti e il rischio è proprio quello di tornare in condizioni tali che alzare la testa diventerà impossibile. Impossibile proprio come dire no al ricatto di Marchionne.

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