6.5.11

La Grande Guerra



L'ultimo soldato conosciuto della Prima Guerra Mondiale è morto a Perth, in Australia. Era inglese d'origine e aveva raggiunto l'età di 110 anni.
Combinazione sto rileggendo in questi giorni, Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu e non mi era passata per la mente l'ovvia considerazione che tutti i protagonisti sopravvissuti a quei terribili eventi bellici tra il 1915 e il '18 sono ormai morti.
Il libro, che già mi aveva colpito alla prima lettura, non so quanti anni fa, è un resoconto impietoso della follia che la guerra reca sempre con sé.
Nella promiscuità delle trincee, dove la morte puzza di cognac - perché se non si è ubriachi è troppo difficile uscire allo scoperto all'attacco delle linee nemiche, sotto il fuoco d'infilata delle mitragliatrici, - la catena di comando è tanto più incompetente quanto più di grado elevato.
Emblematico l'episodio del generale Leone, un autentico pazzo paranoico, al suo arrivo al fronte. 

"Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto, e vi montò sopra, il binoccolo agli occhi. Cosí dritto egli restava scoperto dal petto alla testa. – Signor generale, – dissi io, – gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi cosí. Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binoccolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfiorò la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un’indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente, Sembravano le ruote di un’automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da lui, continuava a guardare alla feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12a compagnia che era in linea, attratti dall’eccezionale spettacolo, s’erano fermati in crocchio, nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, piú diffidenti che ammirati. Essi certamente trovavano in quell’atteggiamento troppo intrepido del comandante di divisione, ragioni sufficienti per considerare, con una certa quale apprensione, la loro stessa sorte. Il generale contemplò i suoi spettatori con soddisfazione. – Se non hai paura, – disse rivolto al caporale, – fa’ quello che ha fatto il tuo generale. – Signor sí, – rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l’obbligai a ridiscendere. – Gli austriaci, ora, sono avvertiti, – dissi io, – e non sbaglieranno certo il tiro. Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi piú una parola – Ma non è niente, – disse il caporale, e risalí sul mucchio. Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume. Impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte. – Bravo! – gridò il generale. – Ora, puoi scendere. Dalla trincea nemica partí un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: – Non è niente, signor tenente. Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. – È un eroe, – commentò il generale. – Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale. – È un eroe autentico, – continuò il generale. Egli cercò il borsellino e ne trasse una lira d’argento. – Tieni, – disse, – ti berrai un bicchiere di vino, alla prima occasione. Il ferito, con la testa, fece un gesto di rifiuto e nascose le mani. Il generale rimase con la lira fra le dita, e, dopo un’esitazione, la lasciò cadere sul caporale. Nessuno di noi la raccolse. Il generale continuò l’ispezione sulla linea, e, arrivato al confine del mio battaglione, mi dispensò dal seguirlo."

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