13.2.09

Ezio Mauro, direttore di Repubblica, risponde al direttore di Avvenire che sostiene di non aver mai definito "boia" il padre di Eluana Englaro

RISPOSTA ALL'AVVENIRE
Il direttore di "Avvenire" ritiene di dover rispondere a "Repub­blica" e lo fa con i toni della bat­taglia che il suo giornale ha so­stenuto in queste settimane sul ca­so Englaro. Sostiene che "Avvenire" non ha mai «abbinato il nome del signor Englaro» alla qualifica di «boia». Vediamo l'editoriale del quotidiano della Cei di martedì scorso, 10 febbraio: «Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gu­sto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che oc­chi ci guarderanno? Misurando co­me le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e maestro e amico e gli potrebbe di­ventare testimone d'accusa e pub­blico ministero e giudice e boia?». Ognuno può trarre il senso logico di queste parole, di queste allusioni e di queste intenzioni. Se «Eluana è stata uccisa», se per questo dobbia­mo chiedere perdono ai nostri figli «e figlie», cosa significa sostenere che i figli non potranno più parlare di vita e di morte con «chi gli è padre e maestro e amico», temendo e so­spettando che possa diventare «te­stimone d'accusa» e «pubblico mi­nistero» e «giudice» e «boia»? A me pare chiaro. In questa vicenda era in campo - c'è stato per 17 anni - un solo padre, che certo per Eluana è stato anche maestro e amico, tanto da volerle essere fedele fino in fon­do, testimone d'amore e non «d'ac­cusa», genitore e non «pubblico mi­nistero», giudice soltanto del senti­mento familiare che lo lega a sua fi­glia, del suo divenire e del suo risol­versi rimanendo intatto: proprio per tutto ciò quella parola finale -boia- a nessuno dovrebbe venire in mente di pensarla, non solo di scri­verla. Se il direttore di "Avvenire" oggi non lo pensa, meglio per lui e per tutti: ne siamo lieti. [...]
(e. m.)

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